ART-THERAPY: TERAPIA DELL’ANIMA

Anticamente alcune civiltà come gli Egizi e i Greci utilizzavano l’arte come mezzo per sperimentare la “catarsi”, ossia liberare le emozioni represse e sentirsi in equilibrio con il mondo circostante.

Nell’Inghilterra degli anni ’40 del Novecento, l’art-therapy inizia ad assumere una propria identità definendosi come relazione d’aiuto verso i reduci di guerra.
Negli anni ’60 fu fondata la Scuola di Arte terapia con gli obiettivi di favorire lo sviluppo di questa nuova forma di cura; l’impulso provenne dal movimento dell’Antipsichiatria che combatteva le cure tradizionali in quanto violente e lesive della dignità della persona, rivendicando il valore terapeutico di tutte le forme di espressione.

Non a caso una prima forma di comunicazione pittorica e grafica è nata proprio nei luoghi della sofferenza nascosta, le carceri e i manicomi e con il passare degli anni i campi di applicazione dell’art-therapy si sono estesi nell’area dell’emarginazione sociale (tossicodipendenti, ammalati di Aids, malati oncologici, minori a rischio, affetti da Alzheimer).

Questa breve cronologia serve a farci comprendere come l’obiet- tivo dell’art-therapy sia stato, sin dalla sua nascita, sempre quello di permettere al paziente, attraverso l’attività creativa, di riela- borare esperienze drammatiche e di accedere al linguaggio del proprio io.

Lo scopritore dell’inconscio, Sigmund Freud, aveva colto nell’arte lo strumento privilegiato per conoscere ed esprimere il proprio vissuto: il prodotto artistico rappresenterebbe lo specchio del mondo interno del soggetto e la creazione artistica diventerebbe quindi materiale di interpretazione per l’analista.
È tuttavia con la pedagogista-psicoterapeuta Edith Kramer che si può parlare di arte-terapia vera e propria: con le sue ricerche e osservazioni sposta l’attenzione dal prodotto artistico come materiale da interpretare, al processo creativo vero e proprio, ritenuto di per sé uno strumento di cura.

Verso la fine degli anni ’30 la Kramer insegnando arte ai figli dei profughi della Germania nazista, osservò gli effetti positivi dell’attività artistica su questi bambini segnati dalle ripetute violenze del regime; attraverso la creazione artistica il paziente si immerge in un’attività rilassante e piacevole che facilita la risoluzione dei propri conflitti, si mette alla prova, sviluppa un forte senso d’identità, “conosce se stesso”.

L’art-therapy include l’insieme delle tecniche e delle metodologie che utilizzano le attività artistiche visuali (e con un significato più ampio, anche musica, danza, teatro, marionette, costruzione e narrazione di storie e racconti…) come mezzi terapeutici, fina- lizzati al recupero ed alla crescita della persona nella sfera emotiva, affettiva e relazionale. È dunque un intervento di aiuto e di sostegno a mediazione non-verbale attraverso l’uso dei materiali artistici e si fonda sul presupposto che il processo creativo messo in atto nel fare arte produce benessere, salute e migliora la qualità della vita.

Lasciando agli specialisti la trattazione dell’ argomento nei suoi risvolti curativi delle diverse e molteplici patologie, vogliamo qui soffermarci sui benefici nelle persone che si avvicinano ad essa in una società come la nostra che lascia davvero poco spazio alla creatività e all’introspezione, e che quindi può far nascere il bisogno di ristabilire un contatto più autentico con se stessi e con gli altri. Attraverso l’atto creativo possiamo esprimere tutte le nostre emozioni, scoprire i nostri aspetti più intimi, affrontare i nostri conflitti, metterci alla prova sperimentando abilità di cui ignoravamo di essere in possesso e, quindi, conoscere le nostre attitudini e incrementare l’autostima affermando la nostra identità.

Si tratta, quindi, di un vero e proprio processo di crescita se consideriamo che l’arte-terapia permette all’adulto di riscoprire il proprio “io bambino”; riscopre la magia del gioco in quanto si è completamente immersi nel piacere del fare artistico e tale coinvolgimento è divertente e rilassante al tempo stesso. Creare significa re-imparare a scegliere soluzioni sempre nuove, esatta- mente come avviene nel gioco infantile e uscire dagli schemati- smi a cui il “mondo dei grandi” ci ha abituati.

Fare arte-terapia significa riscoprire il cosiddetto pensiero ana- logico, quello che presiede all’immaginazione, alle emozioni e all’intuizione; significa renderci delle persone più complete, ca- paci di cercare modalità sempre nuove di guardare ed operare sulla realtà.

L’uso di determinati colori e tonalità, la predilezione di alcuni se- gni e tratti piuttosto che di altri, il ricorso ricorrente a specifiche immagini … possono essere indicativi, simboleggiare appunto, un nostro stato d’animo.

Modellare l’argilla, per esempio, è un’attività rilassante ma, contemporaneamente, richiede riflessione. Nel modellaggio, infatti, bisogna trovare un certo equilibrio per la forma che si vuole andare a creare; un’attività di questo tipo, quindi, potrebbe essere indicata per persone irrequiete, desiderose di trovare stabilità. Anche l’esperienza col colore può essere utile per curare diversi tipi di disagi. Una persona inquieta, per esempio, potrebbe trarre giovamento dalla pittura con le velature che consiste nel dipingere su una superficie asciutta e nell’applicare sottili e tenui strati di colore, che si asciugano tra un’applicazione e l’altra; si tratta di un processo molto lento che porta la persona a rilassarsi. Viceversa, dipingere acquarelli richiede una certa velocità nell’esecuzione; questo tipo di tecnica, di conseguenza, potrebbe essere utile per persone in cui si vuole stimolare la spontaneità e la fantasia. Attraverso l’espressione artistica facilitata è possibile incrementare la consapevolezza di sé, fronteggiare situazioni di difficoltà e stress, esperienze traumatiche, migliorare le abilità cognitive e godere del piacere che la creatività artistica porta con sé. “Attraverso l’arte-terapia si ha la possibilità di attivare risorse che tutti possediamo: la capacità di elaborare il proprio vissuto, dandogli una forma, e di trasmetterlo creativamente agli altri.
Si tratta di un processo educativo, dove “educare” sta per educere, “portare fuori”: far emergere la consapevolezza ed una maggior conoscenza di sé mediante la pratica espressiva, l’osservazione ed il confronto.

ENERGY ITALY SPA: DOPO 10 ANNI BENEDETTO ROBERTO INGOGLIA PASSA IL TESTIMONE A SERGIO GRIFONI

Da sinistra a destra: Sergio Grifoni, Benedetto Roberto Ingoglia e Francesco Briguglio.

Benedetto Roberto Ingoglia, imprenditore di Partanna in Provincia di Trapani, dopo 10 anni di guida dell’azienda Energy Italy Spa passa il testimone a Sergio Grifoni. Il nuovo Presidente è uno spoletino doc che dal cuore verde dell’Umbria è riuscito ad estendere la propria azione operativa in tutto il territorio italiano, operando nell’emergente settore delle energie rinnovabili. Un precedente impegno dirigenziale nel mondo della cooperazione e nel comparto assicurativo, accompagnato da quello politico e, soprattutto, da quello sociale e del volontariato, hanno certamente contribuito alla sua formazione umana e professionale, portandolo ad ottenere risultati imprenditoriali di tutto rispetto. Oggi, infatti, lo ritroviamo presidente di Energy Italy Spa, una solida società per azioni che abbraccia l’intero panorama delle rinnovabili a livello nazionale potendo contare su unità operative strutturali in tutto il paese. L’ultima di queste è proprio nella sua Spoleto, zona strategica per tutte le regioni dell’Italia centrale.

Quali motivazioni l’hanno spinta a lasciare un posto dirigenziale nella Confcooperative, sicuro e ben remunerato, per approdare ad un impegno, quale quello assicurativo, tutto da costruire?

Il desiderio ed il fascino di rimettermi in discussione. Ma ero cosciente che ciò sarebbe avvenuto solo se avessi avuto il coraggio di superare le comode abitudini e trasformare la sicurezza economica, data dallo stipendio mensile, in una difficile sfida, che poggiava la prima gamba sulle incognite del futuro e la seconda sulle certezze della mia determinazione. Sia ben chiaro, non rinnego nulla della mia esperienza nell’ambito della Confcooperative perché, soprattutto da direttore provinciale, mi ha dato la possibilità di maturare professionalmente ed inserirmi in quegli ambienti sociali, politici ed economici, che alla fine contano. Sentivo però che tutto intorno mi stava stretto. Con la forza dell’ambizione controllata e del rischio calcolato, mi licenziai, decidendo così di bruciare la barca che mi stava facendo approdare sulla terra di un domani, tutta da scoprire e da conquistare. E vi assicuro che fu una scelta coraggiosa sì, ma non superficiale ed irresponsabile, perché sapevo già cosa volevo e, soprattutto, dove volevo arrivare. Non mi sedusse tanto la mansione di partenza, cioè quella del ramo assicurativo legato al risparmio, quanto quella di possibile traguardo, ovvero la possibilità di gestire risorse umane. Ho vissuto delusioni e soddisfazioni, sconfitte e successi, stasi e progressi, ma ogni mio passo aveva lo sguardo rivolto sempre all’obiettivo finale. Ho accettato per anni il consiglio di formarmi adeguatamente, per poter poi formare e far crescere le persone intorno a me, forte dell’insegnamento di un illuminato preside che ebbi al Liceo, che amava ripetere il concetto per cui non si potrà mai saper comandare se non si sa ubbidire.

Come è avvenuto poi il suo ingresso nel mondo delle rinnovabili e quali ragioni l’hanno spinta a cambiare nuovamente rotta?
Le ragioni del successivo cambiamento sono quelle anzidette, sempre legate al mio desiderio di scoprire cose nuove e misurarmi. Nel caso specifico devo aggiungere che la spinta decisiva affinché decidessi favorevolmente è merito della persona che mi propose l’opportunità professionale: Roberto Ingoglia. Conoscevo già Roberto, perché era uno dei soci fondatori della società ove stavo operando, un amministratore ed un imprenditore unanimemente apprezzato per le sue capacità gestionali, la sua correttezza e la sua affidabilità, dimostrata sempre negli anni. A consolidare la certezza c’era poi il comparto ove avremmo operato: quello delle rinnovabili, un mondo innovativo tutto da espugnare. Iniziai quindi entusiasta questa nuova avventura, insieme a lui e a Francesco Briguglio, un collega messinese che, come me, stava sempre con un piede all’arrivo e l’altro sui blocchi di partenza. Mi ritrovai così in mezzo a due siciliani puro sangue, che della loro magnifica terra si portavano dietro i valori più sani e la grinta giusta per fare la differenza. Parlare di rinnovabili dodici anni fa era veramente dura, perché il sole ed il vento erano ancora visti come elementi atmosferici, più che opportunità di risparmio energetico. Pian piano poi i dubbi della gente sono diventati certezze e le mere conoscenze si sono trasformate in consapevolezza.

L’escalation aziendale è stata però velocissima. Quali sono stati i punti di forza che vi hanno portato a crescere in maniera esponenziale?
Certamente la capacità di non cavalcare mai l’onda del momento, ma cercare di provocarne sempre una nuova. Mi spiego. Quando abbiamo iniziato, se parlavi di business nel fotovoltaico ti venivano subito in mente i grossi impianti installati in mezzo ai cam- pi, portatori di cospicue sovvenzioni statali. Sarebbe stato gioco forza incominciare da lì. Ci siamo invece subito indirizzati sui piccoli impianti fotovoltaici, quelli cioè al servizio delle famiglie, certi che quello sarebbe stato il futuro, nonché sul mini eolico. Ed abbiamo insistito anche quando tali sovvenzioni sono sparite, educando i nostri consulenti e di riflesso i clienti sul principio che il vero incentivo sarebbe stato il risparmio nei consumi. Non abbiamo mai fatto un passo più lungo della gamba, ma abbiamo solo generato più gambe. I primi anni sono stati quelli del “guardarsi intorno”, per cogliere ogni utile opportunità strategica ed analizzare ogni piccola sfumatura legata alle variabilità economiche del settore. Ricordo i tanti giorni impegnati ad elaborare proposte concrete e competitive; i tanti viaggi lungo tutto lo Stivale ed anche all’estero, soprattutto da parte di Roberto Ingoglia, per verificare possibili nuove fette di mercato o reperire la materia prima a condizioni vantaggiose. Ricordo le tante rivisitazioni delle strategie commerciali, necessarie per adeguarci ai mutamenti in atto ed utili per guidare e stimolare al meglio la rete vendita che, giorno dopo giorno, cresceva in maniera esponenziale. Abbiamo sempre cercato di abbinare alla necessaria attività imprenditoriale una ricavata valenza sociale legata alla salvaguardia dell’ambiente, arrivando addirittura ad organizzare dei concorsi scolastici per gli studenti di un Istituto siciliano. In quell’occasione ebbi anche la possibilità di visitare Partanna il paese natio di Roberto Ingoglia.

Solo le giuste strategie commerciali e l’oculatezza imprenditoriale sono stati i vostri punti di forza?
Non solo questo. Ci sono ancora due caratteristiche che si sono rivelate vincenti. La prima è stata la formazione, che da sempre ha rappresentato le fondamenta delle nostre azioni e di quelle dei nostri collaboratori. Quando parlo di preparazione, non mi riferisco solo a quella legata alle tecniche commerciali, che cammina sui binari della logica e della razionalità. Noi abbiamo puntato moltissimo sulla formazione attitudinale, utile per la crescita professionale e personale. Ogni nostro consulente sa che, per poter diventare un manager Energy e fare carriera, non è importante saper vendere il prodotto, ma è fondamentale saper vendere se stessi e saper poi guidare gli altri su tali principi. La seconda caratteristica è sul coinvolgimento emotivo e fattivo dei nostri collaboratori. Ogni scelta operata dal board aziendale non è stata mai imposta, ma sempre condivisa a priori con co- loro che avrebbero dovuto poi attuarla, ovviamente nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità ad ognuno spettanti. Ogni azione messa in atto in Energy Italy si basa sul rispetto di filosofie comportamentali oggettive e meritocratiche, utili ad indicarti sempre la strada giusta per arrivare al traguardo. Ogni nostro consulente sa che potrà ambire a qualsiasi livello di responsabilità nell’ambito aziendale. Non a caso molti collaboratori sono soci nella SpA e qualcuno è diventato addirittura presidente o amministratore di società della holding.

E poi è arrivata la presidenza.

Si, un bel traguardo, che nel Consiglio condivido con due giovani donne: Margherita e Laura che, insieme ad altri emergenti amministratori, rappresentano il futuro dell’Azienda. Anche per questo devo ringraziare gli amici del board, soprattutto per avermi riservato un prestigioso epilogo professionale. L’evoluzione delle nostre molteplici attività, unitamente all’arrivo delle agevolazioni legate al Superbonus 110%, hanno consentito di dar vita a più società. Queste, insieme a quelle già esistenti, hanno generato la Holding Energy Italy, alla cui guida è stato chiamato proprio Roberto Ingoglia, fattore questo che, oltre a garantire continuità strategica, personalmente mi rassicura e conforta. Tanto abbiamo fatto, ma molto di più sarà quello che dovremo fare. Iniziando proprio dalle soluzioni che stiamo offrendo per trovare riparo ai costi esorbitanti della luce e del gas, che stanno met- tendo in ginocchio famiglie ed aziende. E lo faremo con spirito imprenditoriale sì, ma sentendolo come compito sociale. Perché, lo voglio rimarcare con forza, Energy Italy pensa con la testa ma agisce con il cuore.

NASCE IL GREEN EVENT MANAGER: LA RISPOSTA PER GLI EVENTI SOSTENIBILI

Parlare di sostenibilità vuol dire spesso e volentieri dare un cambiamento alle proprie abitudini: mangiare in maniera sana e alimenti con poco impatto di CO2, prendere la macchina quando effettivamente ha senso, riciclare i rifiuti in maniera regolare e corretta. Piccoli passi che guidano tutti verso un futuro più sereno per le generazioni future.

Ma, effettivamente, gli aspetti della nostra vita sono fatti soprat- tutto di grandi eventi, non per forza di valore nazionale: serate con gli amici, partite, cerimonie e potrei andare avanti per molte righe.

Ogni occasione speciale fa parte della nostra vita quotidiana inevitabilmente e porta strascichi di sé stessa anche dopo l’evento, sia nei buoni aspetti che nei negativi purtroppo. Come, è difficile da definire perché dipende ovviamente da molti fattori ma principalmente stiamo parlando di piatti e bicchieri monouso in plastica, sigarette e altri prodotti consumabili che una volta utilizzati devono essere in grado di riciclare, dare nuova vita.

Come consapevolizzare questo aspetto così grande e importante delle nostre vite?
Per rispondere a questa domanda è stata creata per gli eventi e la sostenibilità degli stessi la figura del Green Event Manager.

DI CHE SI TRATTA?

La figura del GEM si rivolge al professionista che nel presente prepara gli eventi futuri, ossia avere come missione quella di studiare e pianificare nei migliori dei modi la riduzione dell’impatto umano su un determinato appuntamento importante. Cosa significa? Usare nuove tecnologie, nuove strategie, guardare appunto al futuro di quello che sono oggi gli eventi. Uno dei migliori a rappresentare al meglio questa nuova specializzazione è Roberto Carnevali.

CHI È?

Da sempre Carnevali è fortemente interessato alle tematiche am- bientali, e da diversi anni ha scelto di investire la propria profes- sionalità anche nel settore green, fondando insieme a Romano Ugolini la società Benefit “Ambiente e Salute”, e in collabora- zione con Legambiente ha dato vita anche alla certificazione “Ecoevents”.

E quale migliore rappresentazione di evento regolare e popola- to, in grado di dare un forte segnale della sostenibilità in grandi occasioni, se non durante i match sportivi? Carnevali infatti riba- disce proprio questo concetto dove sport e ambiente rappre- sentano un binomio indissolubile.

DI CHE SI TRATTA?

Da oltre 30 anni si occupa dell’organizzazione di eventi di alto livello, anche internazionali, e ha scelto di puntare sulla Certificazione Ecoevents con l’obiettivo di affiancare e certificare chi intende adottare criteri di salvaguardia ambientale e pratiche di efficientamento nell’organizzazione dei propri eventi. Un evento, in particolare quelli di grandi dimensioni, ha un impatto ambientale importante tra organizzazione, allestimento e logistica, e poi la concentrazione di migliaia di persone nello stesso luogo, la gestione dei rifiuti che producono e molti altri aspetti.

Gli eventi ecosostenibili rappresentano una delle sfide per la lotta al cambiamento climatico. Essere sostenibili significa pensare al domani, oggi. Significa adottare uno stile di vita attento e consapevole nei confronti di sé stessi e di chi ci circonda, avendo cura di ciò che tutti abbiamo in comune. Si sente soprattutto molto vicino ai giovani che in tutto il mondo fanno sentire la loro voce chiedendo di condividere con loro questo grande impegno e accettare le sfide anche quando sono difficili.

Muovere il sentimento del mondo dello sport significherebbe dunque poter dare finalmente la spinta morale al pubblico più ampio, dalle generazioni attuali, fino a quelle più giovani che avranno in mano l’educazione ambientale del futuro.

Quando ha ideato questi progetti, Carnevali assieme al suo staff ha avuto la splendida opportunità di poter collaborare con Legambiente e di interagire con i suoi 1000 circoli e 18 sedi regionali. Un’esperienza fondamentale perché ha permesso di toccare con mano quante persone condividono con entusiasmo e grandissimo impegno gli stessi obiettivi.
Ambiente e Salute è una società Benefit, il cui obiettivo è suppor- tare tutti coloro che vogliono intraprendere un percorso fondato sulla sostenibilità e comunicare questo impegno.
Il marchio Ecoevents poi, ha l’obiettivo di rendere sostenibili gli eventi fino a poterli certificare “Eco Certified Events”, e ha trovato subito un grandissimo interesse. Del resto, compiere azioni a favore dell’ambiente, oggi più che mai porta un grande valore aggiunto a chi lo fa.

Per guidare chi vuole cimentarsi in maniera seria e concreta c’è chi ha creato un vero a proprio manuale per intraprendere questo percorso professionale. Stiamo parlando de il libro “L’evento che fa bene al pianeta”, che ha scritto con Romano Ugolini. Si tratta di una sorta di “manuale”, semplice e diretto, che dà consigli pratici su cosa bisogna fare per organizzare un evento green, ecocompatibile, che gli conferisce un forte va- lore aggiunto. All’interno ci saranno la raccolta dei concetti e delle indicazioni di moltissimi esperti del settore, che condivideranno la loro lunga esperienza da organizzatori di eventi.

Siamo convinti che solo se ognuno di noi partecipa con azioni volte a educarci per costruire il futuro si potrà vincere la lotta al cambiamento climatico.

L’ENERGIA NON RINNOVABILE

Quante volte ci chiedono come stiamo.
Quali risposte si forniscono tout court, ovvero senza riflettere sui contenuti delle stesse?
“Bene, grazie”; “Non c’è male”; “Tutto OK”; “Non lamentiamoci”, e così via.
Risposte spesso e volentieri frutto di cortesia comportamentale, di luoghi comuni, di abitudini assiomatiche.
Sarebbe difficoltoso e dispendioso scernere nella risposta i vari stati di benessere psico fisico. Complicato cioè affermare che si stainteriormente in equilibrio, però si ha dolore alla caviglia, si vive in armonia con la professione ma la famiglia lascia a desiderare.
Velocemente quindi, per interesse o convenienza, si risponde con parole riassuntive e consolidate. Tanto si sa che, chi ascolta, già conosce in qualche modo la risposta.
Questo sistema di uniformità lessicale, adoperato per esprimere concetti sullo status personale, interessa anche altri campi di azione, di impianto sociale, di istituzione economica, di criteri selettivi dell’idioma comune.
Facevo questa riflessione mentre ascoltavo un medico amico, appassionato, e convinto assertore, dell’omeopatia, una disciplina che nella sua sola parola, racchiude l’unione indivisibile fra psi- che e corpo.
Ed allora: conosciamola meglio.
Dal punto di vista etimologico, la parola Omeopatia deriva dal greco “Homoios” che significa “Simile” e da “Phatos” che significa “Sofferenza”.

È una medicina a tutti gli effetti, che basa le sue ragioni nella scienza cosiddetta olistica, intesa cioè come paradigma interpretativo o, come il mio amico medico afferma, una pseudoscienza, poiché non applica rigorosamente il metodo scientifico.

Quali possono essere pertanto le differenze fra la medicina tradizionale e quella omeopatica?
I sostenitori della seconda, asseriscono che tale sistema curativo cerca di ristabilire il giusto equilibrio all’interno dell’organismo, stimolando, con particolari sostanze, reazioni di difesa.

La medicina tradizionale invece, sempre per costoro, tende a far sparire i sintomi della malattia.
L’omeopatia è intesa come cura clinica basata sulla legge dei cosiddetti “simili”, ovvero: stimolo per provocare reazioni di difesa. Hahnemann, fondatore di tale medicina, non ha fatto altro che approfondire ed interpretare gli studi a suo tempo esperiti da Cullen.

Cosa aveva mai fatto questo farmacologo scozzese?
Aveva studiato gli effetti provocati sui raccoglitori dalla corteccia di china e di altre sostanze. La maggior parte di loro infatti, si ammalava regolarmente, presentando evidenti sintomi di malaria, con febbre e brividi.
Cullen allora iniziò a sperimentare su se stesso la reazione provocata da tali sostanze, scoprendo che le stesse, in lui che era sano, provocavano una serie di sintomi caratteristici della malattia. Utilizzate invece su di una persona malata, induceva una reazione di difesa nell’organismo che ne determinava la guarigione. Questa cura quindi si concentra sull’uso mirato dei rimedi atti

a provocare, nell’organismo malato, quelle reazioni capaci, non solo di far sparire il sintomo, ma soprattutto di ristabilire nell’organismo il giusto equilibrio psico-fisico. Molière, in una scena del terzo atto del “Malato Immaginario”, faceva dire ad un personaggio scenico: “Quasi tutti gli uomini muoiono a causa dei loro rimedi e non per le loro malattie”.

Non è che basta salire sul palcoscenico per avere ragione, ma questo concetto sta molto a cuore ai fautori dell’omeopatia: com- preso il mio amico.
Altra caratteristica di questo sistema curativo, è che gran parte dei rimedi dallo stesso previsti, sono composti da piante. Quali analogie allora possiamo trovare fra questa branca della medi- cina e quella tradizionale o “Allopatica”? Entrambe prevedono la somministrazione in piccole dosi di sostanze che provocano la malattia per combattere la stessa.

Conferma di ciò, sta per esempio nei composti dei vaccini, tanto di moda in questo periodo, o nelle iniezioni antiallergiche.
Altra possibile similitudine è la cosiddetta “Dose appropriata”e il concetto di medicina che provochi gli stessi sintomi che deve curare.

Come però lo stesso Hahnemann ha sempre ribadito, i due metodi, omeopatico e allopatico, pur avendo minimi punti in comune, non possono essere avvicinabili o abbinabili.
Se quindi è vero, come è vero, che l’omeopatia ha alle spalle un profondo sistema filosofico, le sue radici si immergono nella fisiologia energetica cinese, che studia il rapporto fra la dimensione spirituale e quella biologica dell’essere umano. Asserisce infatti che l’essere umano è percorso da una fitta rete di flussi energetici. La famosa interazione fra le due polarità denominate YIN e YANG, per le quali tutte le cose sono considerate come parte di un intero. A tal proposito il conosciuto Ippocrate affermava che: “L’uomo è parte inscindibile del cosmo e quindi sottoposto alle sue leggi”. Tale personaggio, vissuto fra il 450 e il 400 a.c., nell’isola greca di Cos, era figlio di un medico e considerato come il fondatore della scienza medica. Diede un metodo scientifico e tecnico ad una pratica esclusiva- mente empirica. Individuò infatti i vari passaggi necessari nella cura di un individuò: l’anamnesi (ricordo), la diagnosi (conoscenza) e la prognosi (previsione).

Inventò praticamente la cartella clinica.
Famoso poi il giuramento medico che porta il suo nome, con il quale vengono enunciati quelli che sono i principi fondamentali ed etici che deve seguire chi esercita tale professione, ovvero: impegnarsi per il bene del malato, rispettarlo come persona, man- tenendo il segreto professionale.
È suo anche il detto del fare, saper fare e far sapere.
Molti oggi lo travisano, facendo sapere senza fare o, quando va meglio, facendo senza sapere.
Detto fra noi, anche questa è una fisiologia energetica: è l’unico caso in cui mi auguro che non sia rinnovabile!

HEXAGRO: SOSTENIBILITÀ E SERENITÀ SIA A CASA CHE IN UFFICIO

Anche per questo nuovo numero siamo riusciti a intervista- re un nuovo ospite, capace di inserire nelle nostre menti nuove strategie per sostenibilità ambientale, auto sostentamento e serenità.

Stiamo parlando di Hexagro, start-up nata nel 2015, che ha come principale obiettivo quello di poter procurare per tutti e dovunque il cibo necessario, con il fine di ridurre la fame nel mondo e per incentivare una sostenibilità ambientale con una coltivazione intelligente o meglio, smart. Ce ne ha parlato Claudia Tarantola, responsabile PR e Comunicazione della azienda, descrivendoci non solo tutte le caratteristiche che rendono unica Hexagro ma anche rispondendo a tutte le nostre curiosità sulla tecnologia utilizzata, i progetti sociali e cosa ci potrebbe essere in serbo per il futuro dell’alimentazione.

L: “Ciao Claudia, un piacere poterti intervistare a nome di Hexagro. Partiamo dalle basi: com’è nata e perché il nome Hexagro?”


C: “Ciao Leonardo, il piacere è tutto mio poter dar ancora più voce alla nostra azienda tramite Atlas Magazine! Allora, Hexagro nasce dalla tesi di laurea di Felipe Hernandez, co-founder e CEO, sull’agricoltura rigenerativa e sulle tecnologie agricole prive di pesticidi. Il nome Hexagro deriva dalla combinazione di due parole: esagono e agricoltura. L’esagono è la forma più efficiente in natura, è compatta e versatile. Agricoltura, verticale, automatizzata e sostenibile.”

L: “Fantastico! Effettivamente è un aspetto che spesso non si considera, sia per la forma versatile dell’esagono, sia per il tema della coltivazione intelligente e sostenibile. Vorrei infatti approfondire questo secondo tema: come vi approcciate tecnicamente alla sostenibilità e quali sono i prodotti di punta con cui lo fate?”

C: “Hexagro è tra le primissime Società Benefit in Italia: ciò sottolinea ancora una volta l’importante focus dello sviluppo di tecnologie e prodotti che non solo guardano alla generazione di un business sostenibile, ma soprattutto al beneficio di persone, pianeta e società. Grazie alla modularità del design, ogni componente può essere sostituito o aggiornato e quindi garantire un ciclo di vita del prodotto duraturo. Il modello hardware-as-a-service garantisce inoltre di riciclare e riutilizzare tutti i materiali utilizzati nelle operazioni.”

L: “Questa necessità è nata dal trend sostenibile oppure c’è anche una spinta dovuta alla società in cui viviamo ogni giorno?”

C: “Certamente, la sostenibilità sia ambientale che della sostentazione della fame nel mondo sono due ottimi motivi e obiettivi ma non sono gli unici. Esiste anche una natura sociale della nostra mission, ossia quella di riconnettersi con la Natura che ci circonda. Abbiamo riconosciuto un problema nei contesti urbani: chi vive nelle aree urbane trascorre il 90% delle vite in ambienti chiusi, completamente disconnesso dalla natura. Il danno dell’isolamento dagli ambienti naturali è attestato da molte ricerche scientifiche, così come il potere curativo e riparatore della natura per la vita umana. Interagire con la natura aumenta il benessere, migliora la produttività e crea luoghi salubri per la mente ed il corpo in cui vivere e lavorare.”

L: “Hexagro, quindi, come arriva a toccare questi punti cruciali della vita di ognuno di noi?”
C: “La nostra azienda utilizza tecnologie all’avanguardia per poter dar vita a nuovi metodi di coltivazione, portando Hexagro su un livello nuovo e coinvolgente.

Un esempio e nostro prodotto principale è il Living Farming Tree. Il Living Farming Tree è un sistema di coltivazione verticale ispirato ai principi del design biofilico. Si distingue dai tradizionali sistemi di agricoltura verticale per l’uso della tecnologia aeroponica (senza suolo e con minor consumo d’acqua) e per essere un orto indoor IoT completamente automatizzato.

Ciò consente agli utenti di interagire in modo semplice e divertente con il Living Farming Tree attraverso un’applicazione gami- ficata che li guida verso un raccolto di successo.
Il Living Farming Tree ha un design completamente scalabile e modulare e può adattarsi perfettamente alla configurazione di qualsiasi ambiente interno, anche grazie alle sue finiture perso- nalizzabili.“

L: “Un’installazione davvero incredibile Claudia, ma dove potremmo vivere una tecnologia simile?”


C: “Il Living Farming Tree è pensato per essere installato in uffici e spazi commerciali, con l’obiettivo di riconnettere dipendenti e visitatori alla natura attraverso un’esperienza di urban farming coinvolgente e insolita. Il sistema viene offerto a servizio e pro- prio come un distributore automatico, il Living Farming Tree riesce a crescere fino a 90 piante in meno di tre settimane, che vengono poi messe a disposizione degli utenti per il consumo in loco o take-away. Ogni mese, i tecnici manutentori di Hexagro forniscono poi nuove piantine da coltivare e provvedono alla ma- nutenzione dei sistemi.

Dal 2018 a oggi, Hexagro ha installato oltre 20 sistemi in nord Italia e Europa con l’obiettivo di migliorare il benessere dei dipen- denti attraverso piante edibili, e il 2021 ha visto anche la prima installazione di 5 sistemi in un centro commerciale, a Rescaldina, per creare uno spazio verde e interattivo.
Tra le aziende che hanno scelto Hexagro e i Living Farming Tree: DGTech, Valuement, Ceetrus – Nhood, Cariplo Factory, Novotel, Raiffeisen Bank.”

L: “Ci potresti parlare meglio della tecnologia all’interno del Living Farming Tree?”
C: “Certamente, abbiamo diverse definizioni all’interno della nostra azienda e i nostri prodotti:

• Tecnologia esponenziale

I nostri processi si basano su tecnologie esponenziali, ciò significa tecnologie che raddoppiano in potenza o velocità di elaborazione ogni anno, mentre i loro costi si dimezzano, come Intelligenza Artificiale, Stampa 3D e Internet of Things.

• Aeroponica

Le nostre piante sono coltivate con l’uso della tecnologia aeroponica; quindi, senza l’uso del suolo e l’uso limitato di acqua.
Le piante sono sospese artificialmente nei moduli del Living Farming Tree e le loro radici pendono nel contenitore sottostante. Acqua e sostanze nutritive vengono spruzzate direttamente sulle radici, il che consente uno spreco minimo di risorse e un assorbimento ottimale di acqua e sostanze nutritive. Per questo motivo, le piante possono crescere fino a 3/5 volte più velocemente delle coltivazioni tradizionali. Il dosaggio dell’acqua e l’intensità delle luci sono controllati da un sistema IoT. Ciò significa che il sistema è completamente automatizzato e progettato per ottimizzare la crescita delle piante.

• Fertirrigazione

Il metodo di fertirrigazione automatizzato di Poty è un’irrigazione a bassa pressione che alimenta le piante con gocce di micronutrienti per fornire gli elementi necessari per una crescita efficien-te e sana. L’acqua ricircola nel contenitore dei nutrienti e consente di risparmiare il 60% in più di acqua rispetto ai metodi basati sul suolo.

• Software

Grazie all’IoT e ai sensori collegati siamo in grado di monitorare e controllare ogni parametro agricolo da remoto. Inoltre, raccogliamo dati su piante, persone e luoghi per costruire un’intelligenza artificiale avanzata per fornire agli utenti l’esperienza di urban farming più coinvolgente di sempre.”

L: “Quello che è più affascinante in tutto questo, credo fortemente sia anche la componente estetica, di design del prodotto. Com’è stata stato studiato questo impor- tante aspetto?”

C: “Siamo fermamente convinti che seguire il modello della Natura possa essere di grande beneficio tutti noi: questo metodo di innovazione si chiama biomimesi.
È, in sostanza, un metodo alternativo all’innovazione in cui il primo passo è capire come la natura abbia già sviluppato soluzioni simili alla sfida progettuale o ingegneristica incontrata e quindi applicare tale conoscenza sul nuovo prodotto o modello di business.

Seguiamo anche l’approccio biofilico, in base al quale gli esseri umani hanno un legame forte e innato con la natura, sia biologi- co che emotivo.
È stato dimostrato che gli elementi naturali riducono lo stress e supportano emozioni e umori positivi.

Il design biofilico è nato per portare un nuovo modo di progettare e pensare i luoghi in cui viviamo, lavoriamo e siamo educati, al fine di riconnettere le persone al mondo naturale attraverso l’uso di materiali ed elementi architettonici che richiamano la natura attraverso i cinque sensi. I vantaggi sono evidenti: aumentano le capacità cognitive, la cre- atività e le prestazioni lavorative, nonché la felicità e l’umore.”

L: “Senza dimenticare ovviamente la variabile sociale quindi, dove si porta il prodotto Hexagro nelle culture più in difficoltà. In che progetti siete coinvolti al momen– to?”

C: “In Hexagro la nostra mission è consentire a chiunque, ovunque, di poter accedere a cibi sani.
Per arrivarci, un passo importante da fare è aumentare l’accessibilità delle tecnologie di agricoltura verticale anche nei paesi meno sviluppati.

L’agricoltura verticale può diventare una soluzione di grande impatto, ma attualmente queste tecnologie non sono accessibili agli agricoltori che non sono in grado di coprire i costi di avvio di tali operazioni e infrastrutture ad alta tecnologia.

Hexagro – Siembra Vertical Social, è il brand di Hexagro al quale trasferiamo know-how tecnico, dati e tecnologie per supportare le comunità locali in contesti in cui le conseguenze del riscaldamento globale, del degrado del suolo e dell’urbanizzazione stan- no colpendo maggiormente gli agricoltori.”

Insomma, Hexagro si presenta come un’altra realtà innovativa e dinamica del panorama sostenibile italiano, in grado di fornire soluzioni ai problemi di oggi. Questo però non è limitato al solo problema della sostenibilità ma anche al problema sociale. Hexagro è stata premiata per questo con molteplici premi, ma non finirà di sorprenderci perché mira a diventare un leader globale nel mondo dell’agricoltura verticale, con una rete decentralizzata in cui le persone possano coltivare il proprio cibo preferito o semplicemente accedere alle opzioni più salutari per loro stessi. Si vuole portare la natura e il cibo in qualsiasi spazio, rendendo le nostre città più sostenibili e resilienti, consentendo a chiunque, ovunque, di accedere a cibi sani.

CORPO E MENTE INDISSOLUBILMENTE LEGATI – INTERVISTA A ROBERTO INGOGLIA

“Mens sana in corpore sano” è la notissima espres- sione latina tratta dalle Satire del poeta Giovenale, risalenti al 1° secolo d.C..
Già nel più remoto passato utilizzata per identificare la stretta re- lazione tra benessere fisico e mentale, ancora oggi rappresenta una grande verità. Studi scientifici dimostrano infatti che i bambi- ni che praticano sport ottengono maggiori risultati a scuola e che gli adulti che seguono una corretta alimentazione e praticano un regolare esercizio fisico siano più produttivi sul lavoro.

In questo numero di Atlas Magazine abbiamo voluto intervistare Benedetto Roberto Ingoglia, un imprenditore originario della Si- cilia che opera nel mercato delle energie rinnovabili e che riesce a coniugare al meglio famiglia, lavoro e tempo libero, durante il quale si dedica a una recente passione: la corsa.

M: “Ciao Roberto, sappiamo che la corsa è un hobby che hai intrapreso da poco tempo. Cosa ti ha incentivato ad iniziare a correre?”
R: “Ciao Marco, grazie per avermi invitato a questa intervista. Beh, possiamo dire che, anche se in passato non ho mai praticato attività sportive con la giusta costanza, ho sempre avuto delle pas- sioni, durate però stagioni più o meno brevi, tipo lo sci d’inverno o le immersioni d’estate.

La scintilla della corsa è scattata durante un bellissimo corso di formazione da me frequentato a Montecarlo, nel novembre 2019, durante il quale, tra i vari argomenti riguardanti la leader- ship, veniva spiegata bene l’importanza di tenersi in forma, al fine di essere sempre più produttivi anche nella propria attività lavorativa, che affermava chiaramente il concetto “mente sana in corpo sano”.
Concetto, a me noto da tempo, ma evidentemente in quell’occa- sione il relatore è stato più incisivo, inserendo tra i programmi di formazione, quello relativo alla partecipazione alla maratona di New York, corso comprensivo di preparazione tecnica adeguata per coloro i quali, come me, non avevano mai corso prima. Così mi sono creato la sfida.
Quindi, grazie anche a degli amici che da anni praticano questo sport, mi sono iscritto a un’associazione sportiva del mio paese natio, Partanna (in provincia di Trapani) e ho iniziato ad allenarmi. Tutto questo alla veneranda età di 56 anni.“

M: “Dimostrazione che non è mai tardi per acquisire nuove buone abitudini! Che emozioni provoca la corsa?”
R: “Le emozioni sono soggettive. Nel mio caso, posso dire che la corsa mi crea principalmente un senso di forza, libertà ed euforia: il cosiddetto “Runner’s high”, la sensazione di poter continuare a correre senza limiti, che mette in secondo piano la fatica e i dolori muscolari.

In effetti, è scientificamente provato che il nostro cervello durante la corsa produce endorfine in grado di far diminuire la stanchezza dovuta alle lunghe distanze. Quando corro mi sento libero, privo di pensieri e paradossalmente molto concentrato. È proprio durante la corsa che mi vengono in mente nuove idee che subito dopo razionalizzo e metto in pratica.”

M: “L’allenamento non è tutto… segui una dieta particolare? O semplicemente cerchi di evitare qualche alimento?”
R: “È risaputo che una dieta sana ed equilibrata aiuta molto nelle prestazioni. Su questo devo sicuramente migliorare. Diciamo che sono veramente impeccabile solo qualche giorno prima del- la gara: evito alcolici e cibo “spazzatura”, alterno carboidrati (che vanno bene sia prima che dopo la corsa), e proteine, mangio anche tanta frutta.”

M: “Fisico, ma anche testa. Cosa fai per tenere alta la mente?”
R: “Il fisico è solo la base. Poi, nel mio caso, iniziando a 56 anni uno sport così duro, possono sorgere diversi problemi fisici. Il primo anno, li ho avuti tutti! Dal mal di schiena, alla tendinite, a traumi muscolari e molto altro. Però sono una persona convinta del fatto che ciò che non uccide fortifica; quindi, non mi sono mai fermato e ho continuato ad allenarmi e ad andare avanti con perseveranza e costanza.

È la testa, il cervello, che ti fa fare la differenza: solo se sei convinto di quello che fai e sai dove vuoi arrivare, riesci a ottenere tutto ciò che è nelle tue capacità fisiche.
La mia vera forza sta nella concentrazione e nella visualizzazione mentale di quello che sarà il risultato finale. Quando riesci a concentrare tutte le tue energie mentali in quella direzione allora il risultato è garantito.

Il consiglio che do a tutti è proprio questo: visualizzare l’arrivo di ogni gara e vedersi euforici nel momento in cui si taglia il traguardo.
Così, soprattutto nei momenti più duri e più critici, si troverà la forza per proseguire e raggiungere il risultato previsto. Posso garantirvi che questa tecnica funziona per tutto, non solo per lo sport.”

M: “Un concetto bellissimo quest’ultimo. È interessante vedere come si può applicare lo spirito sportivo a tutti gli altri ambiti della vita. Sembra tutto perfetto. Ma dicci, come fai a conciliare tutti i tuoi impegni lavorativi e familiari con lo sport? Come riesci a trovare il tempo?”

R: “Mi hanno insegnato che una regola fondamentale per essere un bravo imprenditore è la delega, alla quale però deve seguire un accurato controllo. Aver delegato diverse attività mi consente oggi di ritagliare il tempo da dedicare all’allenamento.
La corsa stimola in me nuove idee e soluzioni lavorative, quindi, è sempre tempo dedicato al lavoro. In definitiva, un imprenditore resta sempre collegato mentalmente con i propri impegni, anche mentre fa altro. Questo per quanto riguarda gli allenamenti.

Le gare, invece, si svolgono di domenica e spesso lontano da casa, togliendo tempo che di norma dedico ai miei cari.
Ma come ho detto in tante altre occasioni, la mia fortuna è quella di avere una famiglia che mi segue e mi supporta in tutto, anche nelle mie passioni! Quando è possibile mi segue durante le gare, trasformando una normale domenica in una straordinaria giornata, ricca di emozioni. Questa credo sia la cosa più bella, che ogni persona vorrebbe avere.”

M: “Lavoro, sport, ma soprattutto famiglia, grazie Roberto. Abbiamo un’ultima domanda, rivolta al futuro, per quanto riguarda la tua passione della corsa. Quali sono gli obiettivi che vuoi raggiungere nei prossimi anni?”

R: “Ho iniziato questo sport pensando di partecipare alla Maratona di New York, cosa che, purtroppo, a causa degli eventi pandemici, non sono ancora riuscito a realizzare.

Con l’augurio che tutto possa tornare alla normalità quanto pri- ma, posso assolutamente affermare che mi piacerebbe partecipare alle maratone di tutte le capitali europee, Londra in primis, ma New York resta assolutamente la meta più ambiziosa!”

CORPO E MENTE MANO NELLA MANO…

Spesso una sana alimentazione e una frequente attività fisica non bastano per rendere la nostra vita del tutto appagante e soddisfacente. 

Durante le nostre giornate, siamo così presi dalla frenetica routine che non troviamo mai il tempo per fermarci e ricaricare le batterie. 

Trovare il tempo di fare qualcosa di piacevole, produttivo e utile per la nostra persona e che addirittura accresca le nostre capacità e le nostre competenze sembra fin troppo difficile! 

Ebbene, per risolvere questo problema basta pensare che la nostra mente, come il nostro corpo, ha bisogno di allenamento e deve essere sempre aggiornata. Non si smette mai di imparare! 

E allora, cosa dobbiamo fare per raggiungere il livello massimo del nostro benessere psicofisico? 

Semplice! Investire nella formazione! 

Con il termine “formazione” si intendono corsi attitudinali e comportamentali tenuti da professionisti, con esperienza diretta sul campo, in grado di trasmettere valori, metodi e strategie che migliorano le nostre competenze in determinati ambiti. 

Esistono corsi e percorsi di tutti tipi, che rispondono alle più svariate esigenze: dalle giornate dedicate alla PNL ai master specifici sulle tecniche di vendita. 

Essere credibili e affidabili, trasmettere empatia o anche solo sapere che tipo di linguaggio utilizzare a seconda delle circostanze, sono competenze che si acquisiscono nel tempo, con lo studio e l’esperienza. 

Energy Academy srl è la realizzazione di tutto ciò, sottoforma di scuola di formazione, aperta sia ad aziende che a privati. 

Il suo metodo formativo definito con l’acronimo A.P.I. (Azione Pratica Immediata) consiste nell’aiutare le persone nella loro crescita personale, fornendo metodi pratici da utilizzare quotidianamente nella vita privata e nel lavoro. 

La competenza e l’alta qualità della formazione erogata costituiscono un fattore determinante per la filosofia di Energy Academy, che unisce l’esperienza ventennale di esperti formatori ad un Team di Trainer esterni altamente qualificati, scelti tra le più importanti scuole di Formazione. 

I corsi proposti riguardano argomenti specifici, quali: 

COACHING INDIVIDUALE, un processo di training e affiancamento personalizzato a tappe, basato su una metodologia di formazione individuale; 

EMPOWERMENT, corsi interattivi e coinvolgenti con molte esercitazioni che permettono di lavorare sulla propria persona; 

FORMAZIONE RETE VENDITA, per creare, gestire e mantenere una rete vendite; 

PNL, per imparare a riconoscere e comprendere gli stati emotivi del tuo interlocutore; 

PROBLEM SOLVING, per la risoluzione dei problemi in svariati ambiti; 

PUBLIC SPEAKING, per migliorare le proprie capacità oratorie ed imparare ad entrare in sintonia con il proprio pubblico; 

TRAIN THE TRAINER, per imparare a gestire l’aula, migliorare la propria capacità comunicativa e gestire le situazioni impreviste, i partecipanti più difficili e i metodi innovativi più adatti ai diversi contesti. 

Come potete notare, ce n’è davvero per tutti. 

Cosa aspettate ad individuare il corso che più si addice alla vostra persona? Qual è il percorso che vi potrebbe consentire di fare il salto di qualità nella vostra carriera? O molto più semplicemente, quale sarebbe l’argomento la cui conoscenza appagherebbe le vostre esigenze personali? 

A voi la scelta! 

LE RICETTE DI ATLAS MAGAZINE – Polpette di quinoa con cavolfiore e radicchio

La quinoa, oltre ad essere un piatto molto salutare e adatto alle diete, è anche un ingrediente molto versatile che può essere utilizzato in svariate ricette. 

Oggi la proporremo nella versione di squisite polpette. 

INGREDIENTI PER 2-3 PERSONE

150g di quinoa; 

200g di cavolfiore; 

200g di radicchio; 

1 spicchio d’aglio; 

1 uovo; 

40g di parmigiano gratuggiato; 

olio EVO (consigliato BIO) q.b.; 

120 g di pangrattato; 

Sale q.b.; 

Pepe q.b. 

PROCEDIMENTO

1. Come prima cosa pulite bene il cavolfiore, dividendolo in cimette e cuocetelo in acqua salata bollente (fino a quando la forchetta non lo trapasserà facilmente). Lavate poi il radicchio e tagliatelo in piccolissime striscioline. 

2. Nel frattempo potete tritare lo spicchio d’aglio (o tagliarlo in piccoli pezzetti) e preparate un soffritto in padella insieme a 2 cucchiai d’olio. Aggiungete poi il radicchio e cuocetelo a fiamma vivace per circa 5 minuti. Una volta raffreddato potrete aggiungerlo al cavolfiore schiacciato (con un tritapatate o con una semplice forchetta). 

3. Cuocete poi la quinoa in 300 ml d’acqua, fino a quando non la assorbirà del tutto (15-20 min circa).  Fate raffreddare e unite le verdure, l’uovo e il parmigiano. 

4. A questo punto, mentre fate preriscaldare il forno a 200°, formate le polpette con diametro di circa 3-4cm e passatele nel pangrattato. 

5. Non appena il forno sarà arrivato a temperatura, mettete a cuocere le polpette per circa 10/15 min. Tiratele fuori quando sono belle dorate e servitele calde. 

Per renderle ancora più sfiziose, è possibile aggiungere dello speck tagliato a cubetti o striscioline durante la cottura del radicchio!

LE COMUNITÀ ENERGETICHE: QUANDO L’UNIONE FA LA FORZA!

In un periodo di cambiamenti climatici, digitalizzazioni e rivoluzioni della nostra società, il settore dell’energia rinnovabile non poteva rima- nere fermo o indifferente.
Partendo dalle basi, dalle fondamenta se vogliamo ossia l’individuo, è immerso nella società e creato dalla stessa come “consumatore”: consuma prodotti, tempo, servizi e, infine, energia.

L’individuo, infatti, finora si è affidato a grandi aziende che avevano come obiettivo quello di distribuire a tutta la rete di clienti “consumato- ri” la propria fornitura, che sia di luce, gas e via dicendo (per intenderci quelle che noi intendiamo come utenze).

Ma appunto come da inizio articolo la società vive il cambiamento ogni giorno e ogni tema, settore e ambiente quotidiano non ne resta escluso ma viene in qualche maniera risucchiato, perché la natura affascinante del genere umano è quella di non fermarsi, sia nel bene che purtroppo anche nel male. Ma rimaniamo concentrati su quello che è il lato posi- tivo.

Con l’avvento dell’innovazione tecnologica e per contrastare quella che è la minaccia più concreta e pericolosa che si sia affrontata sinora, ossa l’inquinamento da CO2 (anidride carbonica), l’individuo e la società in cui esso è immersa hanno creato i pannelli fotovoltaici, i solari termici, i sistemi di accumulo e potrei andare avanti per molto ancora. Tutti si- stemi che lavorano in maniera armoniosa per ridurre l’impatto negativo che ha, ancora una volta, l’uomo.

E le società? Che altro cambiamento potrebbe subire per l’obiettivo fina- le? Quali stimoli arrivano dall’individuo?
Grazie agli impianti sopra citati infatti, senza andare troppo nel tecni- co, l’individuo non solo ha la possibilità di ridurre l’impatto sulla Terra, risparmiando energia e emissioni CO2, ma anche la possibilità di ac- cumularne l’energia e poterla utilizzare in seguito: l’introduzione dei sistemi di accumulo da collegare ai propri impianti fotovoltaici permette di consumare l’energia al bisogno, minimizzandone l’incostanza nella produzione a seconda delle fasce orarie o delle zone geografiche. Una rivoluzione, un’altra.

Qui cambiano le carte in tavola, l’individuo che abbiamo menzionato ad inizio articolo non è più un soggetto passivo della società del consumo ma diventa anche soggetto attivo, in grado sicuramente di consumare ancora energia ma anche diventare “produttore”, in una parola: prosu- mer.

Arriviamo dunque al tema centrale dell’articolo, ossia le comunità ener- getiche. È servito un grande preambolo per introdurre l’argomento più importante, proprio per giustificarne la nascita e capirne ancora meglio la grande innovazione che stiamo vivendo. Ma andiamo con ordine.

Che cosa sono le Comunità Energetiche?

Una Comunità Energetica (o Energy Community) è un insieme di persone che condividono energia rinnovabile e pulita, in uno scambio tra pari. Diventano quindi la rappresentazione di un modello inno- vativo per la produzione, la distribuzione e il consumo di energia pro- veniente da fonti rinnovabili. Questo modello fonda i suoi valori sulla lotta allo spreco energetico e sulla condivisione di un bene fon- damentale a un prezzo concorrenziale, grazie all’innovazione che sta rivoluzionando il mercato dell’energia.

Tutto questo si ricollega inevitabilmente ad un altro fattore già citato: la digitalizzazione.
Il mondo digitale, come quello del web, permette una connessione a nodi, peer to peer. Si passa dal classico gestore delle utenze che di- stribuisce a tanti individui il proprio servizio con la trasmissione one-to- many a una rete digitale decentralizzata, con collegamenti one-to- one e many-to-many.

Questa rete è intelligente nella misura in cui incorpora, oltre ai neces- sari sensori di misura, i complessi algoritmi dell’intelligenza artificiale permettendo la partecipazione attiva anche del singolo cittadino.
Ma giustamente viene da domandarsi come un individuo possa pratica- mente sostituire un gigante tradizionale che distribuisce a tante perso- ne una grossa quantità di energia?

Attraverso la Smart Grid, grazie alla quale ognuno può diventare parte di una comunità energetica: chi possiede un impianto fotovoltaico con- nesso in rete (ed è quindi un prosumer) può condividere con altri con- sumatori (consumer) la sua energia in eccesso. Chiunque può far parte di una di queste comunità che condividono energia pulita, abbattendo così gli sprechi energetici, le bollette e la propria impronta di carbonio.

Questo ovviamente non si applica solo nel nostro territorio ma anche in altri Paesi, anzi in realtà l’Italia è solo uno degli ultimi ad accedere a questo modello innovativo di condivisione energetica. Quello che più ci interessa però è: in Italia come si può entrare a fare parte di una comu- nità energetica?

Il Decreto-legge Milleproroghe

In Italia, lo scorso marzo 2020, è entrato in vigore il Decreto Legge Mil- leproroghe che prevede e stabilisce le condizioni sine qua non un indi- viduo non può entrare a fare parte di una comunità energetica e si ispira volutamente alla Direttiva U.E. RED II (che ha come Vision l’energia pro- veniente da FER come indispensabile per un mercato dell’energia equo e sostenibile, basato su economia circolare, che promuova l’in- novazione tecnologica e porti al contempo benefici ambientali, sociali, sanitari ed economici). Prima di elencarvi le condizioni spiegate dal Decreto Milleproroghe, è altresì giusto sottolineare come quest’ultimo è anche soggetto ad un’evoluzione: dal primo di luglio ci saranno delle semplificazioni, infatti, sulle quali vi terremo aggiornati!

Scopriamo quindi cosa serve per entrare a far parte di una comunità energetica:

1. Obiettivo
Innanzitutto, l’obiettivo primario deve essere quello di fornire be- nefìci ambientali, economici o sociali alla comunità stessa e all’area locale in cui questa opera. Questa comunità non deve quindi tendere a profitti economici: l’autoconsumo collettivo di energia non deve essere la principale fonte di reddito di chi cede l’energia (i cosiddetti prosumer, appunto).

2. Accesso
La partecipazione a tali comunità deve essere aperta a tutti, anche a chi non è in possesso di un impianto (i cosiddetti consumer), purché i punti di immissione e prelievo siano ubicati su reti elettriche sottese alla stessa cabina di trasformazione media/bassa tensione.

3. Impianti

I prosumer che condividono l’energia da FER (Fonti Energetiche Rinno- vabili), devono produrla con impianti di potenza complessiva infe- riore a 200kW, attivati successivamente all’entrata in vigore del D.L. Milleproroghe e quindi connessi alla rete successivamente al 1° marzo 2020. La condivisione deve avvenire attraverso la rete distributiva esistente con lo scopo dell’autoconsumo istantaneo anche con l’ausilio di sistemi di accumulo.

4. Contratto
I rapporti di condivisione devono essere regolati attraverso un con- tratto di diritto privato. I consumer possono decidere in qualsiasi momento di lasciare la comunità energetica, onorando i contratti con- cordati precedentemente con i prosumer.

L’impatto ambientale delle Comunità Energetiche

Spiegate quindi le regole del gioco, bisogna per forza capirne l’impor- tanza, ossia: cosa succederà quando le Energy Communities si diffonderanno capillarmente anche in Italia?
A rispondere a questa domanda nella maniera più oggettiva e precisa ci ha pensato lo studio dell’European House Abrosetti (assieme al Politecnico di Milano) con una previsione che si stima essere delle più rosee. Infatti, con una penetrazione del 5% delle 500mila Comunità Energetiche potenziali prevede una riduzione delle emissioni di CO2 di 3,6 milioni di tonnellate. Per i membri delle Energy Community il beneficio economico complessivo potrebbe essere di due mi- liardi di euro all’anno, considerando i ricavi dell’energia immessa, il risparmio sull’acquisto al netto dell’investimento tecnologico iniziale.

Un risultato che ha dell’incredibile ma che in fin dei conti non lascia troppo sorpresi. La forza dell’uomo nel creare valore con la comunità non è assolutamente un segreto, infatti, e i risultati sono stati sempre fonte di ispirazione per un mondo migliore, sia in termini di economia che di etica. Le Comunità Energetiche sono l’ennesimo esempio di un grande passo avanti, segno del fatto che la Terra può avere ancora speranza, segno del fatto che l’umanità è l’unica in grado di cambiare il suo destino.

IL COMMERCIO INTERNAZIONALE TRA PANDEMIA, RIPRESA E CANALE DI SUEZ

L’export è una chiave per capire lo stato di salute delle imprese e pertanto di ciascun Stato. Lo scenario internazionale in periodo COVID-19 è caratterizzato da nuovi segnali di protezionismo posti in essere dai almeno 80 paesi nel mondo, al fine di tutelare le imprese, prodotti, servizi nazionali e per contro sfavorire le importazioni con l’introduzione di restrizioni commerciali varie. Il Commissario UE al Commercio – l’irlandese Phil Hogan – rimane convinto come il commercio internazionale debba essere un pilastro della prossima ripresa economica, con una adeguata protezione delle imprese europee più delicate da eventuali svendite e pretendere parità di accesso al mercato, con la riduzione o eliminazione di tariffe e incoraggiando la riduzione di qualsiasi barriera la commercio. I temi dello sviluppo del settore digitale e della attenzione alla sostenibilità ambientale rimangono sempre di attualità e da incoraggiare.

Sono le previsioni, su dati Oxford Economics, la ripresa delle esportazioni, per le imprese italiane, potrà partire nel quarto trimestre di quest’anno. Non per tutti i settori e verso qualsiasi stato: 

  • si segnalano i settori agroalimentare, farmaceutico e delle apparecchiature medicale tra quelli con alto tasso di successo;
  • così come si segnalano i settori del turismo, logistica trasporto e automotive tra quelli più colpiti e con ripresa lenta;
  • mentre ripartiranno gradualmente e con il fattore “fiducia” consolidato, anche i settori dell’alta moda, gioielleria, design e arredi;
  • i Paesi come la Cina, il Vietnam o le Filippine, così come la Germania saranno tra le prime mete dell’Export italiano;
  • nonché, fuori dall’UE, avranno ottime prospettive di sbocco per l’Export Italiano: gli Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita (malgrado i minori incassi dal petrolio), il Perù, la Colombia e il Cile (paesi dell’America latina ove l’Italia realizza molte infrastrutture).

La pandemia ha evidenziato la criticità legata al blocco delle filiere nelle forniture di beni a livello internazionale con conseguenti ritardi nell’approvvigionamento di merci e necessità per tutti i paesi di ripensare alle produzioni nazionali interne di tutti i componenti di un bene, con possibili maggiori costi iniziali a anche possibili positivi effetti sul comparto innovazione, stimolo a nuova occupazione e attrazione di giovani talenti.

Le normative europee – tra cui il Recovery Fund – puntano ad una condivisione delle nuove politiche economiche volte al superamento della pandemia.

Così come per l’Italia,  il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza  (PNRR) appare lo strumento per cogliere la grande occasione del Next Generation EU e rendere l’Italia un Paese più equo, verde e inclusivo, con un’economia più competitiva, dinamica e innovativa. Un insieme di azioni e interventi disegnati per superare l’impatto economico e sociale della pandemia e costruire un’Italia nuova, intervenendo sui suoi nodi strutturali e dotandola degli strumenti necessari per affrontare le sfide ambientali, tecnologiche e sociali del nostro tempo e del futuro. Questi i focus, in preparazione la strategia complessiva che mobiliterà oltre 300 miliardi di euro: una occasione cruciale e decisiva per il nostro futuro. Un ambizioso pacchetto di investimenti e riforme in grado di liberare il potenziale di crescita della nostra economia, generare una forte ripresa dell’occupazione, migliorare la qualità del lavoro e dei servizi ai cittadini e la coesione territoriale e favorire la transizione ecologica.

23 marzo 2021: la Ever Given, una nave portacontainer di 400 metri di lunghezza e una capacità di 20mila container (proveniente dalla Cina con destinazione Rotterdam e registrata a Panama, gestita da una società tedesca, controllata dalla società taiwanese Evergreen, con equipaggio indiano) si incaglia nel Canale di Suez, bloccando una delle rotte marittime più trafficate al mondo. Un incidente, un evento di “forza maggiore”, una tempesta perfetta che evidenzia l’estrema fragilità del commercio internazionale e vulnerabilità dei trasporti marittimi e in particolare di infrastrutture strategiche come il Canale di Suez.  Secondo notizie di stampa sembra che la Ever Given sia stata investita da un’improvvisa tempesta di sabbia – con conseguenze sulla ridotta visibilità della rotta e manovrabilità della nave – così ostruendo completamente il passaggio da un lato all’altro del canale e creando un ingorgo che rischia di congestionare i porti di mezza Europa.

Un blocco che interessa anche l’Italia, che nel Canale di Suez vede transitare ogni anno circa il 40% di tutto il suo import-export marittimo. Inoltre, in conseguenza dell’incidente e dei possibili disagi nell’approvvigionamento di petrolio – da Suez transita il 7% del commercio mondiale di greggio e il 12% del commercio globale

La catena delle supply chains, già messa a dura prova durante la pandemia e attualmente con la distribuzione dei vaccini, mostra nuovamente la sua vulnerabilità con necessarie riflessioni:

  • sull’incidenza nelle catene di approvvigionamento dei c.d. ‘colli di bottiglia’ (o Checkpoints), percorsi stretti o canali artificiali strategici per le rotte commerciali internazionali tanto di materiali quanto di energie;
  • sui pericoli esistenti da blocchi come questi: navi ferme nei porti e nelle acque internazionali possono essere oggetto di atti di crimini marittimi (es. sequestro di equipaggi), pirateria, attacchi terroristici, incidenti navali;
  • sul tema dei risarcimenti dei danni a carico dei responsabili del blocco e sugli interventi delle varie compagnie assicurative (dai pagamenti delle operazioni di salvataggio ai risarcimenti per i danni provocati dal blocco delle altri navi, delle merci, dal blocco e ostruzione del canale, ecc.);
  • sulla praticabilità di nuove rotte, anche di più lunga percorrenza con conseguenti maggiori costi di trasporto (dai 250 ai 500mila euro in più per viaggio) e dilungamento dei tempi di consegna (almeno dai 12 ai 20 gg in più);
  • sulla configurazioni di nuovi equilibri sullo scacchiere geopolitico, basti pensare a come intere regioni del mondo (Europa compresa) si sono ritrovate senza prodotti di cui, fino al giorno prima, neanche sapevano di avere bisogno: mascherine e dispositivi sanitari, provenienti per almeno inizialmente da Oriente;
  • sulla programmazione delle economie, visto come l’andamento non lineare dell’epidemia ha portato a provvedimenti di lockdown sfalsati tanto a livello mondiale che statale;
  • sul ripensamento verso catene di supply chain più corte e sostenibili a livello interno;
  • sul trend del “gigantismo” delle navi, le maxinavi hanno capacità di trasporto di molta più merce in un solo viaggio e con costi di inquinamento minori per il pianeta (secondo quanto indicato dal International Maritime Organization quanto a efficienza per carico trasportato), ma in caso di incidente portano con sé ripercussioni dannose a cascata per l’intero sistema (basti pensare come vi sono oltre 320 navi bloccate, di cui 30 petroliere, ancorate nelle acque ai due estremi e lungo lo stretto di Suez e come ad oggi si stimano danni di oltre 170milioni di euro richiesti all’armatore della Ever Given da parte delle compagnie marittime le cui unità non hanno potuto imboccare il canale e dai proprietari dei loro carichi).

Commercio internazionale e  globalizzazione in un epoca sempre più digitale mostrano la loro fragilità e vulnerabilità di fronte alla realtà di accadimenti inaspettati ma dirompenti. Occorre una nuova visione dell’ecosistema economico per garantire un futuro più equilibrato al nostro pianeta.