RUBRICA – La risposta è nei libri – La misoginia tra le righe

misoginia in letteratura

La Misoginia, dal greco μισέω, “odiare” e γυνή, “donna”, significa etimologicamente l’odio nei confronti della donna, manifestato dagli uomini o anche da altre donne.
L’atteggiamento del misogino può andare dalla semplice discriminazione alla violenza verbale o fisica. Molti intellettuali, scrittori, filosofi e personaggi storici sono stati riconosciuti come tali; per qualcuno la misoginia si è manifestata esclusivamente nell’esprimere apertamente posizioni contrarie alla donna e al suo ruolo nella società, mentre per altri si è manifestata in un’evidente patologia.
“Come l’ago della bussola segna il nord, così il dito accusatore dell’uomo trova sempre una donna a cui dare la colpa” così scrive in “Mille splendidi Soli” Khaled Hosseini, riassumendo in una frase come per secoli la donna sia stata un capro espiatorio per gli uomini, incolpata anche per cattiverie, ingiustizie o scelte fatte dagli stessi.
In certi paesi, come l’Afghanistan di Mille Splendidi Soli, questo accade ancora: le donne sono umiliate ed emarginate dalla società per colpe degli uomini, come la violenza sessuale, venendo addirittura accusate di “provocare” gli uomini nel compiere il gesto di violenza, inducendoli alla tentazione solo attraverso un vestiario che metta in risalto le forme fisiche anche in maniera trascurabile o con una parola di troppo.
Ma non dobbiamo viaggiare così lontani o fare della misoginia qualcosa di collegato ad una sfera transnazionale o religiosa particolare, perché vive e si alimenta anche nei paesi occidentali “moderni” dove la donna ha guadagnato indipendenza economica e sociale.

Da cosa dipende ed in che pensiero si concretizza questo odio verso la popolazione femminile? Come spesso accade, per spiegare il presente dobbiamo partire dal passato e, come spesso accade, è la letteratura a spiegare e disegnare certi concetti in maniera semplice e ad offrirci spunti di riflessione.
Ci troviamo spesso a confrontarci con una narrazione che, oltre ad essere specchio di una cultura maschilista, finisce per rafforzare e convalidare una serie di stereotipi, legittimando una visione in cui la donna non solo oggettivamente ma anche giustamente è subordinata all’uomo.
Prendendo ad esempio due tra le figure femminili più note in tutta la cultura occidentale, Eva e Pandora, possiamo osservare come nei più diversi contesti narrativi, i ruoli particolarmente scomodi siano attribuiti alla donna.

La figura di Eva è tratta dalla tradizione biblica mentre quella di Pandora dal mito greco del poeta Esiodo; gli scritti che le ospitano vogliono esprimere una morale fornendo, con la narrazione di un aneddoto, un insegnamento.
Eva, sottraendosi al comando divino e mangiando il frutto proibito si imprime la macchia indelebile del peccato e, in questo vortice di incoscienza trascina anche Adamo e tutta la sua discendenza; la risonanza della sua colpa si amplifica con un’eco che continuerà a propagarsi nell’eternità. Eva ha condannato infatti tutta l’umanità alla cacciata dal paradisiaco giardino dell’Eden e, se anche Adamo ha una colpa, essa consiste solo nell’averla ascoltata ed imitata.
Lo sguardo inquisitorio rimane quindi fermo su Eva perché intorno a lei resta un alone di pericolosità da cui bisogna avere la prudenza di guardarsi bene. Per il suo errore Adamo sarà condannato a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte mentre per Eva la punizione è di un’altra portata: Dio moltiplicherà le sue gravidanze, partorirà con dolore i figli e il marito la dominerà.
È evidente che la natura del castigo per lei deciso non è assoluta- mente neutra, ma è strettamente legata al suo sesso.

Anche nel mito di Pandora l’arrivo della donna sconvolge rovinosamente l’armonia preesistente dando inizio a una vita, per tutti gli uomini, segnata da sofferenza e disgrazie. In questo caso, anzi, Pandora viene appositamente fatta creare ad Efesto da Zeus con lo scopo di punire gli uomini per essersi appropriati del fuoco in modo disonesto. È una donna dalle belle sembianze a cui Ermes «pose nel cuore menzogne, scaltre lusinghe e indole astuta»: è, insomma, una donna il cui unico valore consiste nella bellezza del corpo e nel potere della seduzione ma che non ha altre qualità positive. Pandora è la donna che, per un banale capriccio e per l’incapacità di contenere la sua curiosità, innesca una catena di sventure senza fine, sollevando il coperchio del vaso che conteneva tutti i mali del mondo.

Un aspetto molto interessante è la relazione tra queste due don- ne e il male: non sono esse stesse il male ma sono l’essere attraverso il quale esso si propaga tra gli uomini, l’anello debole in cui trova lo spazio per potersi intrufolare. È un particolare che sembra spingere nella direzione di una connotazione negativa dell’essere donna su un piano ontologico, come a indicare una mancanza intrinseca che renderebbe le donne prede facili dell’inganno oppure ottime esche attraverso cui perpetrare orrendi misfatti.

Del tema del disprezzo nei confronti del genere femminile è pervasa tutta la produzione letteraria greca dell’età classica, non solo in Esiodo con il mito di Pandora.
Uno dei più famosi esempi di misoginia è dato da un componimento di Semonide, definito un vero e proprio manifesto della misoginia. L’autore presenta dieci diverse tipologie di donna, paragonandole ad animali ed elementi fisici.

Di questi dieci esempi solo quello dell’ape è positivo in quanto simbolo della donna laboriosa. I restanti versi sono un lungo catalogo di violento disprezzo. Egli ci presenta l’esempio della donna “cagna”, caratterizzata da una così forte curiosità che non si ferma “né con le minacce, né se t’arrabbi e le fracassi i denti con un sasso”. Successivamente vengono introdotte la donna “terra” e la donna “asina”. La prima viene descritta come “minorata, non ha idea né di bene né di male. Una cosa la sa: mangiare. E basta.” La seconda invece è “paziente alle botte, capace di tollerare il lavoro e si prende per amante chiunque”. Semonide conclude affermando che le donne sono il più grande male creato da Zeus e continua dicendo che “a qualche cosa par che servano, ma per chi le possiede sono un guaio”.

Questa visione misogina sembra non trovare prosecuzione in un autore del secolo successivo, come Euripide, ma in realtà in alcune sue tragedie sono presenti delle analogie con il pensiero semonideo. Euripide ci presenta, all’interno delle sue opere, figure femminili così carismatiche e dal carattere così forte che si è addirittura arrivati a parlare di “femminismo” euripideo. Egli stravolge i tradizionali ordini: sono le donne che posseggono sia il primato di intelligenza, che il primato etico. Esse inoltre riesco- no a raggiungere i loro obiettivi tramite piani ben organizzati e rappresentano modelli etici da seguire. Nel caso del personaggio di Alcesti, è lei ad incarnare la virtù del saper morire con onore, valore che veniva solitamente associato agli uomini; decide di immolarsi per il marito, al quale era stata offerta la possibilità, da parte del dio Apollo, di salvarsi a patto che qualcuno morisse al suo posto, dimostrando dunque di essere superiore a lui. In realtà si esalta l’accettazione del ruolo imposto, condannando la fuoriuscita dallo stesso: Alcesti incarna l’interiorizzazione del ruolo subordinato e la virtù del sacrificio di sé.

Medea, nell’omonima tragedia, dopo essere stata ripudiata da Giasone, decide di attuare una crudele vendetta; essa afferma che le donne sono le creature più infelici, spiega come sia necessario trovarsi un marito che diventerà poi il suo padrone. Vengono qui evidenziate le differenti situazioni: l’uomo può ripudiare la don- na, che invece non può fare lo stesso, oltretutto se l’uomo si stanca di stare in casa può uscire e alleviare la noia, mentre le donne non hanno questa possibilità e sono costrette a guardare solo una persona, il marito. Medea continua, affermando che sia un ragionamento insensato pensare che la condizione delle donne sia più facile in quanto priva dei pericoli della guerra: lei preferirebbe trovarsi in battaglia mille volte più che partorire un’unica volta. Euripide descrive quindi dettagliatamente la condizione della donna priva di protezione maschile e del triste destino che le spetta, quasi dimostrandosi sensibile alla loro sorte.
Ma per lo stesso autore risulta incomprensibile la mentalità femminile tanto che qualsiasi azione dal suo punto di vista immotivata, viene considerata come un atto di follia. Egli non nega la possibilità che la donna possa essere astuta ma questo risulta preoccupante: più la donna è scaltra, più potere può esercitare e quindi maggiori danni provocare.
Prendiamo in considerazione dello stesso autore, l’”Ippolito”, che narra delle sfortunate vicende che hanno come vittime dell’ira della dea Afrodite la matrigna Fedra e il figliastro Ippolito. In questo componimento le donne vengono descritte come un “ambiguo malanno” poiché sono fonte di guai per tutti quanti, che siano padrone o serve. Ippolito si rivolge a Zeus chiedendogli per quale motivo il genere umano sia costretto a subire continua- mente la presenza delle donne. Questo diventa evidente in un passo in cui viene detto che lo stesso padre, dopo aver generato la figlia, averla cresciuta e affidatole la dote, la manda via di casa per liberarsi da questo male. Successivamente Ippolito continua affermando che colui che si prende in casa questa creatura “nefasta” inizialmente ne gioisce, ma ciò può solo rivelarsi essere un male, sia che la donna sia inutile per la sua stupidità oppure saccente, situazione secondo Ippolito ancora peggiore, in quanto afferma che “in casa mia non vi sia una che sappia più di quanto convenga ad una donna”. Ippolito conclude affermando che l’unico modo per interagire con le donne è maledirle.

Questi pochi brani e autori che abbiamo citato ci offrono un quadro della società greca antica, all’interno della quale la donna era considerata non solo inferiore all’uomo, ma nemmeno allo stesso livello dell’essere umano: un oggetto da possedere, che passava dalle mani del padre alle mani del marito. Oggetto considerato nefasto e portatore solo di disgrazie e sciagure.

La misoginia aveva quasi sempre uno scopo funzionale, perché per gli uomini era conveniente non prendersi le proprie responsabilità colpevolizzando una categoria come quella femminile che non aveva nessun impatto nella sfera sociale e politica. Alle attività delle polis, infatti, non potevano partecipare donne e schiavi; la donna era di fatto sottomessa per tutta la vita all’autorità di una figura maschile, padre prima e marito dopo.
La misoginia contribuisce a giustificare l’esclusione delle donne e perpetuare i rapporti di subordinazione perché proprio i vizi attribuiti al genere femminile impediscono naturalmente la partecipazione femminile ai compiti che caratterizzano l’uomo libero come la guerra, la politica ed il possesso della terra.
La donna si qualifica o per alterità rispetto all’uomo, quasi sua opposizione, o per sottrazione rispetto ad esso: la donna è un maschio menomato quindi ad esso inferiore gerarchicamente. In entrambi i casi si parte da una visione androcentrica, dove il femminile esiste solo in relazione al maschile.

Le disuguaglianze storiche e sociali si trasformano in differenze naturali e quindi immutabili.
Dobbiamo ammettere che questa visione distorta, misogina e retrograda purtroppo si riflette ancora nella società moderna. Nonostante la donna oggi abbia un ruolo pubblico e sociale, le dinamiche relazionali sono ancora pervase da una mentalità androcentrica; la conquista della parità formale non ha ancora cancellato la plurimillenaria forma mentis discriminatoria e com- prenderne le ragioni di fondo può far si che la trama della misoginia possa sciogliere i propri nodi.
È solo dando voce alle donne che non ce l’hanno e con la promozione della parità di genere e l’autonomia femminile che potremmo vivere in un mondo senza misoginia, in cui anzi si apprezzano il valore e le abilità femminili allo stesso modo di quelle maschili. La democratica Atene si fingeva democratica proprio come oggi fanno molti paesi, che si ritengono paladini delle libertà individuali ma proprio per capire chi è davvero garante di questi diritti dobbiamo guardare alla condizione di ogni singolo individuo: donne, stranieri, uomini con credo religiosi differenti.

Vi lascio con questi interrogativi: l’odio è una forma di paura? Timore degli uomini di vedersi minacciati sul luogo di lavoro, privato, familiare, economico, sociale, politico; il terrore di perdere il controllo e di essere intaccati nella propria mascolinità, mito incarnato nel termine più vasto di “potere”?

misoginia in letteratura

RUBRICA – La risposta è nei libri

Il viaggio di Eirene, la dea della Pace, nella letteratura classica

Eirene Dea della Pace

Dai tempi antichi ai nostri giorni la storia è stata disseminata da guerre per la supremazia di alcuni popoli su altri; la politica, nei momenti di crisi, lascia posto agli interventi armati per risolvere divergenze su questioni solitamente economiche. L’uomo ha fatto progressi nei più svariati ambiti ma sul fronte dei conflitti nessun cambiamento di prassi, con tragiche conseguenze sulle popolazioni che pagano per le scelte di chi le governa.

Secondo Tucidide la principale caratteristica della natura umana è l’accrescimento, la tendenza ad aumentare la propria potenza, che comporta necessariamente il desiderio di annientare il rivale e anche se oggi, come in altre epoche, è il termine “guerra” il termine forte che mette in ombra quello di “pace”, la stessa ha percorso tutta la storia dell’umanità; essa è sempre stata cantata e ricercata come condizione necessaria per l’animo umano.

La pace inizia il suo viaggio nei miti greci dove è personificata dalla dea Eirene. Essa era figlia di Zeus, dio che ha stabilito un nuovo ordine cosmico e di Themis, dea della Giustizia universale, che ebbe tre figlie: Eirene, la Pace, Eunomia, la dea della legalità e del buon governo e Dike, la giustizia morale che presiede alla legge degli uomini, quasi che le tre cose siano inscindibilmente legate.

Eirene è raffigurata con un ramoscello d’ulivo mentre tiene in braccio il piccolo Plutone, divinità della ricchezza e dell’abbondanza a conferma che ricchezza ed abbondanza si possono trovare solo in tempo di pace.

L’immagine che comunemente abbiamo dell’antichità classica è tutt’altro che pacifica: la guerra è stata elogiata da poeti che ne esaltano la forza, la bellezza e l’eroismo, era ritenuta far parte dell’ordine naturale. L’eroe deve compiere in battaglia azioni degne del suo nome con le quali possa acquistarsi gloria e tiene al proprio onore più che alla causa comune.

 Ma molte sono le opere che parlano di pace. Spesso la nostra sensibilità può trovare quindi riscontro nelle parole di uomini e donne vissuti in secoli lontani, che hanno vissuto la guerra e hanno avuto il coraggio di condannarla nonostante la cultura dominante fosse rivolta all’esaltazione degli eroi e delle loro gesta eroiche.

  • Omero, nell’ Iliade, poema epico per eccellenza, tramanda anche tuttavia con forza e compassione le ragioni dei vinti. Il poema epico, che sembra scritto dai vincitori, porta in realtà alla luce l’umanità dei Troiani. Come scrive Alessandro Baricco: “A prima vista non te ne accorgi, accecato dai bagliori delle armi e degli eroi. Ma poi, nella penombra della riflessione viene fuori un Iliade che non ti aspetti. Vorrei dire: il lato femminile dell’Iliade…Relegate ai margini del combattimento, le donne incarnano l’ipotesi ostinata e quasi clandestina di una civiltà alternativa, libera dal dovere della guerra. Sono convinte che si potrebbe vivere in un modo diverso, e lo dicono. Nel modo più chiaro lo dicono nel VI libro dell’Iliade. In un tempo sospeso, vuoto, rubato alla battaglia, Ettore entra in città e incontra tre donne: ed è come un viaggio nell’altra faccia del mondo. A ben vedere tutte e tre pronunciano una stessa supplica, una supplica di pace, ma ognuna lo fa in modo diverso. La madre Ecuba, la regina dei Troiani, lo invita a pregare. Elena lo invita al suo fianco, a riposarsi. E la moglie Andromaca, alla fine, gli chiede di essere padre e marito prima che eroe e combattente”. Andromaca dice infatti ad Ettore: “Non rendere orfano tuo figlio, non fare di tua moglie una vedova”. Al tripudio del trionfo del vincitore si contrappone sempre il compianto e la pietà per il vinto; il dolore ed il pianto per gli eroi caduti, accompagnano tutto il poema ed ogni lettore si trova portato a compiangere con Achille la morte di Patroclo, e con Priamo la morte di Ettore. Appare molto significativa la conclusione della grande epopea bellica con i solenni funerali di Ettore.
  • Euripide ne “Le Troiane” fa ascoltare il grido di pace delle donne prese schiave dai Greci vittoriosi, andando incontro al loro destino in quanto parte del bottino di guerra con una dignità che sottolinea che i grandi eroi greci della guerra sono barbari spietati, protagonisti nel gioco senza senso della guerra, non capaci di accettare di limitare la loro sete di potere.
  • Aristofane nella sua commedia “La Pace”, canta la pace in modo assoluto: la dea Eirene, dopo essere stata liberata dal contadino Trigeo dalla prigione in cui la teneva il Dio della guerra, rifiuta sacrifici in suo favore e trasforma le lance in pali per le viti e gli scudi in recipienti. La condanna della guerra ed il ripristino della pace fu l’obbiettivo principale, se non l’unico di questo autore civilmente e politicamente impegnato
  • Menandro nella sua commedia “Lo Scudo”, fa recitare al servo Davo una lunga battuta che denuncia gli orrori della guerra. Egli racconta dei morti, sfigurati, tra i quali non è stato in grado di riconoscere il suo padrone; racconta dello scudo, che ogni soldato doveva conservare, simbolo di onore, e che assurdamente torna a casa senza il giovane che lo portava con sé. Un tragico resoconto che stride con la caratterizzazione del personaggio, uno schiavo, che come tale, per le regole della Commedia, era personaggio comico; diventa una sorta di clown triste che porta in scena gli orrori della guerra in Licia.
  • Antigone di Sofocle che vuole dare sepoltura al fratello, contro i decreti regali che lo considerano un traditore è convinta che l’obbligo morale abbia la precedenza sull’obbligo civile. L’orrore della guerra è sullo sfondo, la denuncia dell’arroganza del re emerge potente: Antigone è simbolo di ribellione, di una volontà di giustizia portata avanti fino al sacrificio di se stessa.
  • Per concludere il nostro viaggio nell’antica Grecia, non possiamo non richiamare un passo particolarmente significativo di Erodoto che nelle Storie, fa rispondere Creso ad una domanda di Ciro che gli chiedeva quale follia lo aveva spinto a muovere guerra a lui, il quale era considerato molto più potente da non permettere nessuna illusione circa l’esito del conflitto: “…di tutto questo il colpevole fu il dio dei Greci, che mi esortò alla guerra. Nessuno è così folle da preferire la guerra alla pace: in pace i figli seppelliscono i padri, in guerra invece i figli seppelliscono i padri…”

La presenza scomoda di questi letterati rappresenta una critica interna ai presupposti e alle pratiche della guerra che impregnavano l’ideologia della Grecia antica: la pace è vista da loro come situazione di normalità, contrapposta alla guerra, che è invece situazione in cui si ha un rovesciamento dell’ordine naturale.
In un mondo in cui la guerra era considerata una circostanza ben più normale della pace essi hanno avuto il coraggio di essere la voce fuori dal coro.

Non è facile in un momento come questo parlare di pace ma ricordiamo che ogni guerra, passata o presente, rappresenta la sconfitta dell’umanità, della diplomazia e della ragione.

L’autunno: una stagione dell’anima

autunno

Con l’equinozio d’ Autunno (che può cadere ogni anno in un giorno diverso ma sempre tra il 22 e 23 settembre), salutiamo l’estate e apriamo le porte alla stagione autunnale, con le prime cioccolate calde, le castagne ed i suoi tappeti di foglie.

L’Autunno è infatti il tempo della magia dei colori, raffigurata magistralmente in “Impressioni D’autunno all’ Argenteuil“ di Claude Monet  in cui il paesaggio e i tipici colori di questa stagione predominano sul resto; in  lontananza appaiono alcune costruzioni di Argenteuil, mentre sulle acque  del letto del fiume si proietta il riflesso delle piante e degli alberi che si affacciano su di esso con i caratteristici caldi colori della stagione.

L’Autunno è la stagione cantata da Salvatore Quasimodo che rende questa stagione metafora della condizione umana.

Se anche voi, come me, siete rapiti dall’ atmosfera e dalla magia dell’autunno, sappiate che c’è una ragione psicologica, forse inconscia, che lo spiega. I nostri sentimenti per questa stagione, infatti, si basano su una dualità che mette insieme nostalgia per le tradizioni ed eccitamento da nuovo inizio; essa è infatti associata ad eventi e tradizioni che evocano ricordi di tempi felici, come il ritorno a scuola e il ritrovare gli amici, le prime serate insieme attorno ad un camino, i weekend autunnali camminando tra i tappeti di foglie, il profumo delle caldarroste. Ma l’Autunno è anche sinonimo di nuovi inizi: “da bambini associamo l’Autunno al ritorno a scuola, all’incontro con gli amici e da grandi rispondiamo ancora a questo modello mentale che abbiamo sperimentato per i 18 anni di scuola” scrive Kathryn Lively, professoressa di sociologia.

L’etimologia della parola Autunno è connessa al verbo latino “augere”, aumentare, arricchire; andando ancora più alle origini, rintracciamo la radice sanscrita av- o au- che esprime l’idea del saziarsi, del godere. Ecco che, contrariamente a quanto si possa immaginare, la parola autunno non significa la stagione che prepara al tramonto, al declino dell’inverno, bensì, al contrario, la stagione ricca di frutti che la natura ed il lavoro dell’uomo hanno preparato. L’autunno è dunque il tempo del raccolto, quando l’uomo può raccogliere il frutto del suo duro lavoro nei campi; a questa stagione dell’anno solitamente si associava la figura di una divinità greca, Dioniso, il dio della vite, del vino a cui è consacrata, tra l’altro, anche la lepre, cacciata nel mese di novembre.

Lo scorrere del tempo ed il mutare delle stagioni influenzano su diversi livelli il nostro umore e benessere psicologico; secondo recenti teorie, la nostra attività fisica e emotiva è caratterizzata da cicli ricorrenti. La frequenza e l’andamento dei processi fisiologici e comportamentali è determinata in larga parte da fenomeni ambientali (per esempio alternanza diurna-notturna, temperature, tassi d’umidità).

Per tradizione, l’equinozio d’autunno è un passaggio celebrato in molte culture, periodo di raccolto, meditazione e introspezione; anche gli animali raccolgono provviste, mutano la pelliccia o si apprestano a migrare verso l’Equatore dove il clima è più mite. È un fenomeno che ricorda a tutti che è giunta l’ora di prepararsi ad affrontare le fasi più fredde e buie dell’anno solare e magari affrettarsi ad accumulare scorte di energia.

Imparare a vivere l’autunno come stagione esterna ed interna è il segreto del nostro benessere: è il periodo ideale per ricaricare le batterie di corpo e mente.  Di seguito qualche consiglio per vivere al meglio questa stagione:

Mangiare in modo sano.

È sempre meglio acquistare e consumare frutta di stagione perché solo in questo modo possiamo beneficiare al massimo del loro potere e valore nutritivo. Nel mese di novembre bisognerebbe acquistare, per quanto riguarda la frutta:

  • arance: frutta regina dell’Autunno con le sue proprietà benefiche per l’organismo derivate dalla massiccia presenza di vitamina C che rafforza il sistema immunitario e combatte i radicali liberi;
  • castagne: ricche di minerali tra cui calcio, fosforo, sodio e potassio. Aiutano quando l’organismo è stressato a riabilitarlo. Offrono anche una dose di energia e carboidrati e favoriscono la motilità intestinale;
  • cachi: ricchi di zuccheri e potassio, vitamine e hanno anche proprietà depurative e antiossidanti;     
  • mandarino: ricco di vitamina C, fibre e carotene e indicato nelle diete perché estremamente digeribile;
  • mele: le mele hanno pochissimi grassi e tantissime proteine, ricche di vitamine e fibre;
  • pera: è ricca di fibre e ha un elevato indice di sazietà. Ha pochi grassi e aiuta ad abbassare il colesterolo nel sangue;
  • melagrana: apporta tantissimi antiossidanti. Perfetta per contrastare le rughe in quanto contiene vitamina A e potassio. Utile nella lotta contro i radicali liberi, aiuta anche fegato e reni e migliora le funzioni cardiache.

Mentre per quanto riguarda la verdura novembre è il mese di:

  • zucca: Si tratta di un ortaggio tipicamente autunnale ricco di vitamine A, C, e del gruppo B, inoltre è ricca di sali minerali tra cui fosforo, ferro, magnesio e potassio. Ha virtù sedative e aiuta il sistema nervoso centrale ecco perché fa bene anche per combattere ansia e stress;
  • funghi: sono poveri di calorie ma offrono energia e regalano acqua e sali minerali all’organismo. Rafforzano anche le ossa, le unghie e i denti;
  • finocchio: Disintossicante e depurativo i finocchi sono una delle verdure top per depurarsi in autunno e in inverno. Ricco di vitamina C e sali minerali, in particolare il potassio, è ottimo anche in caso di dieta ipocalorica; aiuta la digestione.
autunno

Facciamo lunghe passeggiate all’ aperto.

Questo è il momento ideale per riscoprire il legame con la natura e vivere un’esperienza in grado di riequilibrare corpo e mente. Quali sono i benefici di una passeggiata nei boschi in questo particolare periodo dell’anno?

  • Rafforza il sistema respiratorio. In particolare, gli oli essenziali legnosi emanati dalle conifere e dalle loro resine apportano, attraverso la respirazione, numerosi benefici al corpo e allo spirito, oltre che una connessione più profonda con la natura. Per poter continuare a vivere l’esperienza del bosco anche a casa, si possono utilizzare gli oli essenziali puri come quello di larice, espettorante e antibatterico, ma che ha anche un effetto benefico contro lo stress;
  • riduce i livelli di cortisolo. Il “forest bathing” è un’antica pratica giapponese che, attraverso l’immersione totale nella foresta, aiuta a ridurre lo stress e a normalizzare la pressione sanguigna, con effetti benefici anche sul sistema immunitario; il consiglio è prendere tempo per sé, lasciarsi coinvolgere da tutti i sensi e osservare il colore delle foglie stando nel silenzio della natura, che invita alla quiete interiore;
  • vera e propria sessione di cromoterapia.  Il fenomeno del “foliage” con i suoi colori, secondo la cromoterapia, ha numerosi effetti benefici su mente e corpo. Ogni colore ha una vibrazione energetica che interagisce con l’organismo. «Il rosso è associato al calore e all’energia, è il simbolo del fuoco, del sangue ed è collegato alla forza come spinta all’azione verso un cambiamento. Il giallo trasmette felicità e buonumore, ma raffigura anche la parte intellettuale del cervello, per questo favorisce la concentrazione; questo colore luminoso richiama la leggerezza, è il simbolo di vitalità, ottimismo e rinascita. L’arancione unisce questi due colori e richiama la pace interiore e la trasformazione, trasmettendo sensazioni positive di serenità, creatività ed entusiasmo»;
  • effetto emozionale. Stare in un ambiente naturale ci fa sentire a nostro agio, generando un beneficio fisico ed emotivo. Grazie a una profonda connessione con la natura possiamo rilassarci e ridimensionare le preoccupazioni, staccando per un po’ dai ritmi stressanti per armonizzare quelli biologici.

Concediamoci il privilegio di metterci in discussione e di lasciar andare.

Immergersi nella natura in questo periodo ha un profondo valore simbolico e diventa una grande metafora della vita stessa. Come gli alberi anche noi dovremmo spogliarci di ciò che non è importante per vivere meglio il presente; le foglie che cadono rappresentano le cose che dobbiamo lasciar andare, le cose che non dobbiamo trattenere in quanto non possono più stare con noi.

Impariamo a lasciar andare: subito potremmo avere la sensazione di essere rimasti senza nulla invece dobbiamo semplicemente aspettare che germoglino nuove foglie.

Come scritto da Camus: “L’autunno è una seconda primavera dove ogni foglia è un fiore.”

autunno

RUBRICA – La risposta è nei libri

La luce e l’ombra della città in letteratura

C’era una volta un topo campagnolo che ebbe ospite nella sua umile tana, un topo di città; gli offrì le provviste migliori messe da parte ma il disgusto per i cibi toccati e mangiati era ben visibile sul volto dell’ospite.

Il topo di città convinse quello di campagna a trasferirsi con lui in città, nel benessere e nello sfarzo ma, entrati nelle mura e accingendosi a consumare un ricco pranzo in una lussuosa casa, furono interrotti dal latrato di alcuni cani che li costrinse a rifugiarsi in fretta e furia in una tana.

Il topo di campagna si rivolse quindi a quello di città dicendo:” Questa vita non fa per me, il mio bosco e la mia tana sicura dai pericoli mi compensano delle mie povere lenticchie!”.

Questa favola di Orazio è emblema della contrapposizione, mai sanata, tra ambiente campestre e la città.

Già nell’ Antica Grecia, il poeta Teocrito trascina i suoi lettori, i cittadini dell’Alessandria dei Tolomei (caratterizzata in quegli anni da un fenomeno di crescente urbanizzazione), in una dimensione lontana, onirica, caratterizzata da prati fioriti e campi soleggiati. Al pari, nel mondo latino, troviamo Virgilio con le sue Bucoliche, creatore del locus amoenus, un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, in cui i pastori diventano portavoci di un’età dell’oro.

Ma la visione della città in letteratura è una tematica ricorrente che può variare notevolmente in base all’opera, all’autore, al contesto storico e culturale e la prospettiva che l’autore vuole esplorare e che si presta ad essere sfondo per approfondire una vasta gamma di tematiche umane.

Il tratto negativo narrato dagli scrittori è soprattutto quello dell’alienazione e della solitudine; la città è vista come luogo in cui le persone si sentono spesso sole o isolate, nonostante la presenza di una grande popolazione. La frenesia e l’anonimato che le caratterizza possono portare infatti a un senso di estraneità e solitudine.

Al contrario la città può diventare spazio di opportunità e ambizione; spesso i personaggi vi si trasferiscono per cercare fortuna, realizzare i propri sogni o cercare una vita migliore.

Questa ambivalenza è ben visibile in due grandi scrittori italiani e nelle loro opere; Boccaccio e Pascoli.

Nel “Decameron” un gruppo di giovani nobili si rifugia in una villa di campagna per sfuggire alla peste che sta devastando la città di Firenze. Gran parte delle novelle che lo compongono sono ambientate in contesti rurali, e Boccaccio dipinge spesso la campagna come un luogo di pace, amore e libertà, in contrasto con la città che è spesso rappresentata come corrotta, immorale e pericolosa.

Boccaccio critica apertamente la società urbana del suo tempo attraverso le storie dei personaggi che vivono nella città. Nelle novelle spesso si incontrano figure come mercanti disonesti, preti corrotti e nobili viziosi che si comportano in modo immorale; questi ritratti della città riflettono la visione critica di Boccaccio nei confronti della società urbana.

Tuttavia lo scrittore non era completamente avverso alla stessa. Nel “Decameron” ci sono anche storie di amore e virtù che si svolgono in ambienti urbani, dimostrando che egli riconosceva che la città poteva offrire anche opportunità positive. Inoltre, il fatto che i giovani nobili si rifugino in campagna durante l’epidemia di peste indica che Boccaccio vedeva la campagna come un rifugio temporaneo, ma non necessariamente come un modo di vita ideale.

Da un lato quindi Boccaccio critica aspramente la corruzione e la depravazione presenti nella società urbana del suo tempo, ma dà anche spazio a storie di virtù e amore ambientate in città riflettendo le ambivalenze del suo periodo storico rispetto alla vita urbana e rurale.

Secoli dopo, Giovanni Pascoli tratterà della natura nella sua raccolta Myricae, il cui nome deriva proprio da un verso virgiliano e nella quale descrive la natura nelle varie stagioni. L’industrializzazione avviatasi proprio negli anni in cui scriveva Pascoli, ha portato all’inevitabile trasferimento in città di molte famiglie in cerca di lavoro. Nelle sue opere Pascoli spesso rappresenta la città come un luogo frenetico, in contrasto con la tranquillità della campagna. La città è vista come un ambiente caotico, in cui le persone si muovono in fretta e sembrano perse nella frenesia della vita urbana, luogo di alienazione e disorientamento, spesso rappresentata come un labirinto in cui le persone possono sentirsi perdute.

La visione di Giovanni Pascoli della città tende generalmente a essere critica e nostalgica, concentrandosi spesso sugli aspetti negativi della vita urbana e sulla sua alienazione rispetto al mondo rurale e alla natura. Tuttavia, è importante notare che può occasionalmente offrire alcune visioni più positive e ottimistiche. Nelle sue poesie è possibile trovare occasionali accenni alla città come luogo di opportunità e crescita; Genova viene descritta in termini lusinghieri, elogiando il porto come un luogo di incontro e scambio culturale, sottolineando il ruolo della città come centro di commercio e interazione umana.

L’ Europa nel corso dell’800 è protagonista di un’accelerazione dell’industrializzazione; la crescita delle città e le trasformazioni industriali hanno avuto un impatto significativo sulla vita delle persone, e questi cambiamenti si riflettono ampiamente nella letteratura dell’epoca.

I luoghi urbani ottocenteschi, caratterizzati dal fumo delle ceneri industriali, sono stati rappresentati in molte opere letterarie, basti pensare a Hard Times di Charles Dickens. Il concetto di città inteso in senso moderno nasce in quest’epoca, e proprio la città ottocentesca è il luogo in cui terminano le illusioni, in opposizione alla campagna: “…la città in letteratura diventa topos esistenziale, luogo della scoperta della complessità del mondo ed intreccio di narrazioni e finzioni, paesaggio interiore e mentale, spazio della modernità nelle sue tensioni e difficili conciliazioni tra individualità e collettività…”.

La natura e la campagna sono i luoghi della guarigione mentre la città risulta il suo opposto: luogo della perdizione tra le cui vie e proposte, l’uomo si può smarrire. Associata alla città vi è infatti spesso la figura del labirinto; esso è spesso accostato alla dimensione ed all’ esperienza urbana, con l’intrico di strade e di incroci che caratterizzano la città moderna. Labirinto non è quindi solo un groviglio di percorsi ma può essere anche una struttura organizzata

Nella letteratura moderna a prevalere è quindi il sentimento della nostalgia dei paesi incontaminati con conseguente denuncia sul degrado paesaggistico.

Ma non è necessario il confronto con ciò che sta fuori le mura o con la natura perché l’esperienza urbana riveli contraddizioni e sofferenze; in questo la città basta a se stessa. Il pensiero corre alle capitali di Balzac, di Hugo, di Zola o la Londra di Dickens e la Pietroburgo di Dostoevskij; non ritroviamo le immagini di semplici fondali che ospitano l’azione ma luoghi che pulsano di vita propria.

In Proust, Virginia Woolf, nella Vienna di Kraus, la Trieste di Svevo, la Dublino di Joyce, le città appaiono come scenari metafisici, sintesi allegoriche di una condizione frammentata e priva di centro dell’esistenza umana.

Per la narrativa dell’Ottocento, la città è il luogo in cui la concentrazione degli uomini, la convivenza degli stati sociali, la molteplicità dei comportamenti e dei linguaggi, le vie e le piazze, quasi metafore delle infinite vicende possibili, la rendono il teatro naturale dell’osservazione realista; essa stessa diventa racconto.

Calvino definiva “città-romanzo” la Parigi di uno dei grandi narratori dell’800, Balzac: in una delle sue opere la città compare nelle vesti della donna-mostro, una sorta di cortigiana che distende il proprio corpo in una rete di vicoli e strade, generatrici di incontri, sorprese. L’esperienza del soprannaturale non ha più bisogno del soprannaturale per aver luogo ma basta il quotidiano e l’inquietudine dell’ordinario cittadino a garantirla. Nella città tutto può accadere perché tutto è contemporaneamente presente: l’alto ed il basso, la luce e l’ombra, il bene ed il male.

Non vi è scrittore dell’800 che, ambientando la propria opera nella Città, non rappresenti la folla, con la forza del suo fluire senza sosta; la gente brulica nelle strade, privata di ogni socialità e preda di una solitudine senza rimedio. Il processo di urbanizzazione delle grandi capitali europee del 1800, il diffondersi di manifatture che oltrepassano la vecchia produzione artigianale, modificano la percezione della città da luogo protetto e raccolto nelle mura a spazio impersonale, luogo dello smarrimento di sé. I personaggi di Dickens, Balzac, Zola e Dostoevskij sperimentano il conflitto con se stessi quando, accettando la logica alienante della città, dove tutto si compra e vende, si ritrovano stranieri a se stessi.

Ne “Il nostro comune amico” di Dickens, la città è rappresentato come un organismo vivo, oggetto di un degrado crescente, dovuto allo sviluppo abnorme; la storia è però una storia di identità perdute e ruota intorno a due presenze simboliche, il fiume ed i rifiuti. Nel Tamigi, segno di fecondità e vita per la città che attraversa, galleggiano rifiuti e cadaveri. Le acque torbide del fiume, ritratte per lo più di notte e nella nebbia, diventano rappresentazione della malattia che avvolge Londra. Il Tamigi è il luogo in cui tendono tutti i protagonisti del racconto mentre la mappa dei loro spostamenti è un labirinto, reso ancora meno leggibile dall’ oscurità, destinati a ritrovarsi al punto di partenza.

Ma anche nella letteratura dell’800 nonostante la tendenza a esplorare le sfide sociali e le criticità delle città, è possibile trovare esempi di rappresentazioni positive delle città; essi spesso sottolineano le opportunità, la cultura e il progresso che le città potevano offrire.

Ne “I Miserabili” di Victor Hugo sebbene lo scrittore rappresenti aspetti negativi di Parigi, come la povertà e l’ingiustizia, la città stessa è raffigurata con amore e orgoglio; viene celebrata la sua grandezza e la sua storia, e la città diventa un simbolo di speranza e resilienza.

Pensiamo a “La Signora Dalloway” di Virginia Woolf, romanzo modernista ambientato nella Londra del XX secolo, noto per la sua profonda esplorazione della vita sociale e interiore dei personaggi. La città di Londra è un elemento centrale nel romanzo e Woolf la utilizza in modo significativo per esprimere temi come la percezione, la memoria e la connessione umana. Virginia Woolf usa la città per creare una ricca rappresentazione della vita sociale dell’epoca, con personaggi provenienti da diversi strati sociali che si incrociano lungo le strade della città ela stessa diventa un mezzo attraverso cui esplorare la memoria e i cambiamenti nel corso del tempo.

In conclusione le città hanno sempre esercitato un’attrazione irresistibile sugli scrittori che le hanno descritte, celebrate o criticato nei loro lavori letterari. La città è un luogo di contrasti, di opportunità e sfide. La letteratura ci permette di immergerci nelle sue rappresentazioni, di esplorarne i misteri e di riflettere sulla nostra stessa relazione con l’ambiente urbano. La città, nella sua immensa varietà, rimarrà per sempre uno dei luoghi più affascinanti e discussi della letteratura; con la sua complessità, i suoi strati e le sue contraddizioni, può riflettere e rappresentare l’animo umano in tutte le sue sfaccettature.

Esplorare la città diventa strumento per esplorare la complessità e la ricchezza dell’esperienza umana.

LE SFIDE PIÙ BELLE: QUELLE CHE VINCI! INTERVISTA A BENEDETTO ROBERTO INGOGLIA: dal sogno nel cassetto, alla sfida, alla vittoria

Quando corri una maratona, l’obiettivo non è superare gli altri, ma superare se stessi. Questo è quello che ha fatto Benedetto Roberto Ingoglia, imprenditore di Partanna in provincia di Trapani, fondatore di Energy Italy spa oggi a capo della Energy Holding, elogiato da molti per le proprie capacità professionali e valori personali.

Un imprenditore che ha fatto della corsa la sua passione, ponendosi un’ambiziosa sfida: partecipare alla grande Maratona di New York. 

Obiettivo centrato in pieno, lo scorso 6 novembre.

È a lui che abbiamo il piacere di dedicare la nostra intervista di questo numero di Atlas Magazine.

M: “Roberto, raccontaci come nasce la tua passione per questo sport. C’è un episodio specifico che ti ha spinto a iniziare?”

RI: “Nell’ottobre del 2019, insieme ai miei Soci eravamo a Montecarlo a frequentare un bellissimo corso di formazione basato sulla crescita personale, al fine di migliorare le proprie performance professionali. Quel corso in un certo senso ha dato una svolta alla mia vita. In questa occasione, infatti, sono rimasto folgorato dal discorso di un relatore, che ha sottolineato quanto fosse importante mantenersi in forma e prendersi cura del proprio benessere, anche per aumentare la produttività e le prestazioni mentali. È stato in quel momento che ho preso la decisione di iniziare a prepararmi per la maratona di New York… e mi sono iscritto subito, prima ancora di iniziare la preparazione, tanta era la convinzione!

Poi a causa degli eventi pandemici, è stato possibile per me partecipare solo quest’anno. 

Ciò ha giocato a mio favore perché ho avuto modo di recuperare i molteplici infortuni che inevitabilmente chi inizia una preparazione del genere a 57anni può subire e arrivare a partecipare all’edizione del 2022 in condizioni buone.”

M: “Come mai hai scelto proprio la Maratona di New York? Cosa ti affascinava di questa sfida?”

RI: “Perché è una delle più belle se non la più bella al mondo e ha una storia talmente affascinate che non può non attrarti. Basti pensare che è il frutto dell’intuizione e della scommessa di un gruppo di appassionati e di un uomo geniale, Fred Lebow, che ha dovuto combattere contro tutto e tutti, partendo da un percorso molto ridotto e con poco più di duemila partecipanti alla prima edizione. 

Dopo qualche anno, è riuscito a ottenere come percorso tutti i 5 Borough di New York e a coinvolgere oltre cinquantamila partecipanti ogni anno. “ (qui potrete leggere la guida completa della maratona)

M: “Certo, una bella sfida da affrontare in così poco tempo, soprattutto se non hai mai corso prima! Immaginiamo non sia stato un percorso semplice. Quali sono state le difficoltà che hai riscontrato? C’è stato qualche momento in cui hai pensato di mollare?”

RI: Difficoltà tantissime, ma come dice qualcuno che mi conosce bene, la mia autostima è veramente alta! Basti pensare che ho preso questa decisione a 57 anni, non avendo mai svolto prima nessuna attività che potesse minimamente avvicinarsi alla preparazione fisica di podista.

Mollare mai, sono molto resiliente e anche dagli avvenimenti più negativi che mi sono accaduti nella vita o che potranno accadermi in futuro, traggo l’energia per andare avanti e alzare l’asticella dei miei obiettivi personali e professionali.”

M: E alla fine… il SUCCESSO! Ma come si suol dire: non è l’arrivo che conta, ma il viaggio. Quali erano le tue sensazioni prima e durante la maratona? A cosa pensavi in quei 42 lunghi km?”

RI: “Il successo era già essere ai blocchi di partenza. Le sensazioni pre gara sono quelle di un bambino: non vedi l’ora che arrivi il fatidico giorno. Durante la gara poi le sensazioni sono tante e tutte bellissime, perché per concludere una maratona oltre alle gambe serve anche la testa. Non per niente, si dice che una maratona va fatta 30 km con le gambe, 10 con la testa e 2,195 con il cuore.

Trovarsi in mezzo a 50 mila persone che non vedono l’ora di vincere le proprie sfide attraverso una manifestazione come la maratona di New York, ti fa sentire molto gratificato e aumenta molto la tua autostima.

A parte i top runner che gareggiano per vincere, il 99% dei partecipanti a una maratona del genere è lì per godersi il “viaggio”. 42,195 km vissuti come dentro un musical: per tutto il percorso ci sono band e spettacoli organizzati, insieme a un pubblico incredibile che ti sostiene e ti incita a ogni passo. 

I pensieri che ti passano per la testa sono tanti, io ne ho focalizzati diversi per auto motivarmi. 

Il primo pensiero alla partenza è che per 4,30h New York sarebbe stata ai miei piedi e questa era una sensazione bellissima.  

Il secondo pensiero era una visione: ogni volta che qualcuno mi incitava, guardandolo, vedevo il volto di un familiare/amico, insomma di una persona conosciuta che mi vuole bene e che mi incoraggiava, questo succedeva ogni vota che accusavo qualche calo fisico, praticamente in tutte le salite, e a New York, credetemi sono davvero tante! 

Invece, quando andavo bene e allungavo il passo segnando magari un record personale, pensavo a tutte quelle persone che all’inizio mi scoraggiavano e ridevo da solo immaginando l’espressione sul loro volto se mi avessero visto in quel momento. 

Ecco, devo ringraziare molto queste persone perché mi hanno dato lo stimolo per fare di più e meglio.

Ma il pensiero più grande e più costante è sempre stato rivolto a mia moglie che per oltre 5 ore mi aspettava e mi ha aspettato al 41esimo km: non vedevo l’ora di abbracciarla! 

Durante tutto il percorso ho immaginato la sua espressione, le sue parole, la sua gioia nel vedermi. E così è stato! Alla fine, è riuscita anche a sorprendermi con una bellissima sorpresa preparata precedentemente insieme alle mie figlie e a farmi emozionare.”

 

M: “Veniamo al futuro: ora che hai vinto questa sfida con te stesso, partecipando alla più importante e famosa Maratona al mondo, quali sono i tuoi obiettivi futuri?”

RI: “Divertirmi fino a quando le gambe reggono, ma farlo insieme a un gruppo di persone che vogliono sfidarsi e sfidare i propri limiti. Ecco perché ho già iniziato a pianificare le prossime maratone ma soprattutto ad aggregare nuove persone perché, anche se la maratona è uno sport individuale insieme agli altri ci si diverte di più e io amo divertirmi a far divertire le persone che mi circondano.”

M: “Grazie Roberto, solo un’ultima importante domanda. Come ci hai accennato sopra, diverse persone ti hanno accompagnato e sostenuto in questo percorso. Senti di voler ringraziare qualcuno in particolare?”

RI: “Questa è la domanda che più mi aspettavo perché le persone sono tante e tutte importanti, non potrei citarle tutte. Ringrazio tutti quelli che mi hanno dedicato un po’ del loro tempo per inviarmi un messaggio, complimentandosi per il risultato. 

Ringrazio tutti quelli che mi hanno sempre sostenuto, in particolare i miei “Alfieri” nella vita personale e professionale Nino, Fausto e Gino. Loro ancora non lo sanno, ma il prossimo anno vivremo insieme questa esperienza.

Sicuramente un grazie infinito va a Cristiano e a Daniela della Coster Medical Center, cari amici ma anche grandi professionisti ai quali devo la mia ripresa fisica dopo i vari infortuni. 

Un grazie va a tutti gli associati dei Nati Stanchi Runners che mi hanno sempre incoraggiato anche quando non riuscivo a completare i 10 km, ai vari coach e alle persone che mi hanno dato anche un piccolo consiglio, ma in particolare al mio grande amico Elio Catania che sin dall’inizio mi ha seguito, accompagnato e preparato per tutte le manifestazioni a cui ho partecipato: le mezze maratone di Verona, di Roma, di Marsala, e la mia prima maratona di 42,195 Km a Milano.

A tutti i miei Soci, in particolare a Sergio, Francesco e Antonio, i quali mi hanno detto: “Vai “conquista” New York e torna con la medaglia!”.

E poi un GRAZIE va alle mie fantastiche figlie Margherita e Laura che continuamente mi stimolano, ognuna col proprio modo di fare, affinché io possa raggiungere i miei obbiettivi: vedere i loro volti o immaginarli quando non possono seguirmi fisicamente, per me è una grande gioia, è il giusto premio dopo una gara.

Ringrazio infine, ma non per ultimo, mia moglie che sa sempre come supportarmi e sopportarmi in tutte le mie scelte personali e professionali, averla e sentirla sempre al mio fianco per me è uno stimolo incredibile che mi aiuta a superare tutti gli ostacoli che inevitabilmente, chi fa qualcosa, incontra nel proprio percorso personale e professionale.

Lei sa sempre stupirmi, riesce con poco a trasmettermi quella forza e quell’energia necessaria per superare e vincere qualsiasi sfida che la vita può riservarmi.”

LA TRAPPOLA DEL GREENWASHING: QUELLO CHE LE IMPRESE NON DICONO

Il tema della sostenibilità ambientale e dell’etica aziendale è sempre più sentito al giorno d’oggi in un mondo flagellato dalla crisi: una crisi economica, sociale, morale, ambientale e culturale.

Le aziende costruiscono il rapporto con i propri consumatori sulla fiducia reciproca. Una fiducia, però, che si presenta come un’arma a doppio taglio: può portare al successo dell’impresa ma anche al suo declino se disattesa.

Con la crescente attenzione verso il cambiamento climatico e la sensibilità dei consumatori verso le tematiche green, la tentazione da parte delle aziende di dare un’immagine verde per attirare clienti è molto alta. Se però le dichiarazioni non corrispondono alla sostanza il rischio è quello di scivolare nella pratica del Greenwashing, ossia di darsi una patina di società attenta all’ambien- te anche se non è così.

Per Greenwashing quindi si intende una tecnica di di marketing perseguita da aziende, istituzioni ed enti che propongono come ecosostenibili le proprie attività, esaltando gli effetti positivi di alcune iniziative e al contempo cercando di occultare l’impatto ambientale negativo dell’impresa nel suo complesso.

Non si tratta tuttavia di un fenomeno nuovo: a citarlo per la prima volta fu l’ambientalista statunitense Jay Westerveld. Egli utilizzò questo termine nel 1986 per stigmatizzare la pratica delle catene alberghiere che facevano leva sull’impatto ambientale del lavaggio della biancheria per invitare gli utenti a ridurre il consumo di asciugamani, nascondendo in realtà una motivazione economica (relativa a un taglio nei costi di gestione).

Nei casi più frequenti di Greenwashing, la comunicazione presenta le seguenti caratteristiche: non vi sono informazioni o dati puntuali che supportino quanto dichiarato; le informazioni e i dati vengono dichiarati come certificati mentre invece non sono riconosciuti da organi autorevoli; vengono enfatizzate delle sin- gole caratteristiche di quanto comunicato; le informazioni sono generiche al punto da creare confusione nei consumatori; possono essere utilizzate etichette false o contraffatte; infine, sono riportate affermazioni ambientali non vere.

Quali sono i rischi legati al Greenwashing?

Uno dei principali è la perdita di fiducia: una volta che i consumatori scoprono di essere stati ingannati è molto difficile ricostruire l’immagine e la reputazione della società con la conseguenza che il danno può essere anche superiore al beneficio che l’azienda sperava di ottenere.

Altro pericolo è la mancanza di un’azione concreta per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità. Se un’azienda vede premiati i propri slogan di Greenwashing potrebbe accontentarsi di quel risultato senza impegnarsi e fare gli investimenti necessari per migliorare il proprio modello produttivo.

Per quanto riguarda il settore finanziario il rischio è quello di finanziare progetti e imprese che non apportano alcun beneficio per l’ambiente e le persone.

Come si può fare quindi per evitare le trappole del Greenwashing?

L’Europa sta venendo in aiuto creando una normativa stringente su quello che può essere definito green. Il principale strumento normativo è la Tassonomia UE, adottata dal Parlamento nel 2020, con l’intento di definire univocamente, nell’ambito dei mercati

finanziari, “l’attività economica sostenibile dal punto di vista ambientale”. Un sempre maggior numero di aziende sarà poi tenuto a dare il proprio resoconto delle attività sostenibili e dei reali risultati raggiunti attraverso la dichiarazione non finanziaria delle imprese come ribadito con la direttiva EU NFDR (Non Finance Reporting Directive), mentre i fondi comuni di investimento dovranno precisare il grado di allineamento dei propri assetti alla Tassonomia, come stabilito dalla SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation).
Ma ciò sicuramente non basta, è fondamentale che i sistemi di standardizzazione siano chiari e resi obbligatori il più possibile.
Prima di comprare un prodotto o uno strumento di investimento dalle caratteristiche green bisogna informarsi accuratamente, appurarsi che l’ecologismo non sia puramente di facciata!

ART-THERAPY: TERAPIA DELL’ANIMA

Anticamente alcune civiltà come gli Egizi e i Greci utilizzavano l’arte come mezzo per sperimentare la “catarsi”, ossia liberare le emozioni represse e sentirsi in equilibrio con il mondo circostante.

Nell’Inghilterra degli anni ’40 del Novecento, l’art-therapy inizia ad assumere una propria identità definendosi come relazione d’aiuto verso i reduci di guerra.
Negli anni ’60 fu fondata la Scuola di Arte terapia con gli obiettivi di favorire lo sviluppo di questa nuova forma di cura; l’impulso provenne dal movimento dell’Antipsichiatria che combatteva le cure tradizionali in quanto violente e lesive della dignità della persona, rivendicando il valore terapeutico di tutte le forme di espressione.

Non a caso una prima forma di comunicazione pittorica e grafica è nata proprio nei luoghi della sofferenza nascosta, le carceri e i manicomi e con il passare degli anni i campi di applicazione dell’art-therapy si sono estesi nell’area dell’emarginazione sociale (tossicodipendenti, ammalati di Aids, malati oncologici, minori a rischio, affetti da Alzheimer).

Questa breve cronologia serve a farci comprendere come l’obiet- tivo dell’art-therapy sia stato, sin dalla sua nascita, sempre quello di permettere al paziente, attraverso l’attività creativa, di riela- borare esperienze drammatiche e di accedere al linguaggio del proprio io.

Lo scopritore dell’inconscio, Sigmund Freud, aveva colto nell’arte lo strumento privilegiato per conoscere ed esprimere il proprio vissuto: il prodotto artistico rappresenterebbe lo specchio del mondo interno del soggetto e la creazione artistica diventerebbe quindi materiale di interpretazione per l’analista.
È tuttavia con la pedagogista-psicoterapeuta Edith Kramer che si può parlare di arte-terapia vera e propria: con le sue ricerche e osservazioni sposta l’attenzione dal prodotto artistico come materiale da interpretare, al processo creativo vero e proprio, ritenuto di per sé uno strumento di cura.

Verso la fine degli anni ’30 la Kramer insegnando arte ai figli dei profughi della Germania nazista, osservò gli effetti positivi dell’attività artistica su questi bambini segnati dalle ripetute violenze del regime; attraverso la creazione artistica il paziente si immerge in un’attività rilassante e piacevole che facilita la risoluzione dei propri conflitti, si mette alla prova, sviluppa un forte senso d’identità, “conosce se stesso”.

L’art-therapy include l’insieme delle tecniche e delle metodologie che utilizzano le attività artistiche visuali (e con un significato più ampio, anche musica, danza, teatro, marionette, costruzione e narrazione di storie e racconti…) come mezzi terapeutici, fina- lizzati al recupero ed alla crescita della persona nella sfera emotiva, affettiva e relazionale. È dunque un intervento di aiuto e di sostegno a mediazione non-verbale attraverso l’uso dei materiali artistici e si fonda sul presupposto che il processo creativo messo in atto nel fare arte produce benessere, salute e migliora la qualità della vita.

Lasciando agli specialisti la trattazione dell’ argomento nei suoi risvolti curativi delle diverse e molteplici patologie, vogliamo qui soffermarci sui benefici nelle persone che si avvicinano ad essa in una società come la nostra che lascia davvero poco spazio alla creatività e all’introspezione, e che quindi può far nascere il bisogno di ristabilire un contatto più autentico con se stessi e con gli altri. Attraverso l’atto creativo possiamo esprimere tutte le nostre emozioni, scoprire i nostri aspetti più intimi, affrontare i nostri conflitti, metterci alla prova sperimentando abilità di cui ignoravamo di essere in possesso e, quindi, conoscere le nostre attitudini e incrementare l’autostima affermando la nostra identità.

Si tratta, quindi, di un vero e proprio processo di crescita se consideriamo che l’arte-terapia permette all’adulto di riscoprire il proprio “io bambino”; riscopre la magia del gioco in quanto si è completamente immersi nel piacere del fare artistico e tale coinvolgimento è divertente e rilassante al tempo stesso. Creare significa re-imparare a scegliere soluzioni sempre nuove, esatta- mente come avviene nel gioco infantile e uscire dagli schemati- smi a cui il “mondo dei grandi” ci ha abituati.

Fare arte-terapia significa riscoprire il cosiddetto pensiero ana- logico, quello che presiede all’immaginazione, alle emozioni e all’intuizione; significa renderci delle persone più complete, ca- paci di cercare modalità sempre nuove di guardare ed operare sulla realtà.

L’uso di determinati colori e tonalità, la predilezione di alcuni se- gni e tratti piuttosto che di altri, il ricorso ricorrente a specifiche immagini … possono essere indicativi, simboleggiare appunto, un nostro stato d’animo.

Modellare l’argilla, per esempio, è un’attività rilassante ma, contemporaneamente, richiede riflessione. Nel modellaggio, infatti, bisogna trovare un certo equilibrio per la forma che si vuole andare a creare; un’attività di questo tipo, quindi, potrebbe essere indicata per persone irrequiete, desiderose di trovare stabilità. Anche l’esperienza col colore può essere utile per curare diversi tipi di disagi. Una persona inquieta, per esempio, potrebbe trarre giovamento dalla pittura con le velature che consiste nel dipingere su una superficie asciutta e nell’applicare sottili e tenui strati di colore, che si asciugano tra un’applicazione e l’altra; si tratta di un processo molto lento che porta la persona a rilassarsi. Viceversa, dipingere acquarelli richiede una certa velocità nell’esecuzione; questo tipo di tecnica, di conseguenza, potrebbe essere utile per persone in cui si vuole stimolare la spontaneità e la fantasia. Attraverso l’espressione artistica facilitata è possibile incrementare la consapevolezza di sé, fronteggiare situazioni di difficoltà e stress, esperienze traumatiche, migliorare le abilità cognitive e godere del piacere che la creatività artistica porta con sé. “Attraverso l’arte-terapia si ha la possibilità di attivare risorse che tutti possediamo: la capacità di elaborare il proprio vissuto, dandogli una forma, e di trasmetterlo creativamente agli altri.
Si tratta di un processo educativo, dove “educare” sta per educere, “portare fuori”: far emergere la consapevolezza ed una maggior conoscenza di sé mediante la pratica espressiva, l’osservazione ed il confronto.

1° MAGGIO : UNA DATA CHE È MESSAGGIO PER 365 GIORNI.

Maggi Giovanni—foto Quarto Stato dopo servizio da Milano

Il primo maggio va commemorato per non dimenticare quelle persone che hanno lottato per ottenere condizioni di vita e di lavoro umane per tutti e per difendere il proprio diritto al lavoro, come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere sociali e geografiche.

Il primo Maggio nel lontano 1886 cadeva di sabato, allora una giornata lavorativa come un’altra ma in dodicimila fabbriche negli Stati Uniti incrociarono le braccia; anche le vie di Chicago furono invase da migliaia di persone per l’ ottenimento di quelle “ 8 ore “ tanto desiderate.

Fino a quel momento infatti gli operai lavoravano anche 12 ore al giorno, in condizioni inumane; la rivoluzione che avevano chiesto per anni, quella dei tre “otto” (otto ore di lavoro, otto ore per dormire, otto ore di svago) era arrivata: gli operai sono in piazza a protestare contro i ritmi massacranti di lavoro nelle fabbriche.

Tutto si svolse pacificamente ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione divenne sempre più acuta: finché nel corso di un raduno  ad Haymarket Square uno sconosciuto lanciò un ordigno contro la polizia che reagì sparando sulla folla.

Gli organizzatori della manifestazione furono arrestati e processati; sette di loro furono condannati a morte, con prove inconsistenti e traballanti e due condanne furono trasformate in ergastoli dal governatore dell’Illinois.

Nel 1890 la Seconda Internazionale Socialista decise di promuovere in tutto il mondo la festa dei lavoratori facendola coincidere proprio il primo maggio.

Da allora viene celebrata ogni anno in molti paesi del mondo, proprio per ricordare i diritti dei lavoratori, originariamente nata per la riduzione dell’orario di lavoro; in Italia è stata istituita nel 1890, anticipata al 21 aprile nel ventennio fascista.

Proprio in questo periodo di grave difficoltà economica, in cui è forte il senso di rivendicazione del diritto al lavoro, il primo maggio, nel suo significato simbolico è più attuale che mai; cambia il mondo del lavoro e quindi le rivendicazioni e i miglioramenti richiesti ma rimane fermo il principio per cui senza lavoro non c’è futuro e progresso, esso è democrazia e libertà.

Oggi, ai tempi della pandemia, non è più (almeno in paesi civili come l’Italia) lotta del lavoratore dipendente per la conquista dei suoi diritti fondamentali contro l’ idea che il datore di lavoro sia suo proprietario con l’ affermazione che il lavoratore stesso sia parte di un relazione contrattuale duale che riservi agli uni agli altri diritti e doveri, ma è rivendicazione di un diritto al lavoro che investe tutti i ceti, tutti i settori e tutti i partecipanti della relazione contrattuale lavorativa, dipendente e imprenditore.

Il lavoro costituisce uno dei pilastri fondamentali su cui è costruita l’ edificazione di uno stato democratico, principio ribadito nei principi fondamentali della nostra Costituzione ex artt. 1-4.

All’ art. 4 la Repubblica riconosce infatti a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto; ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e scelte, un’ attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.

È attraverso il fare che emerge l’ essere: è nella vita di ogni giorno che ciascuno di noi realizza sé stesso ed il patto sociale.

Nella visione dei Costituenti una persona senza lavoro crea un danno sociale oltre che personale: il lavoro è un diritto personale ma anche un dovere sociale, è strumento per realizzare sé stessi e condividere con gli altri componenti della società le proprie competenze. Attraverso la promozione del lavoro, la democrazia si regge su un’ idea di eguaglianza che è valorizzazione della cooperazione e contemporaneamente valorizzazione delle differenze.

Le sempre sagge ed significative parole di Papa Francesco, potrebbero essere bandiera del 1 maggio 2021:

“ Perché quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale”.

Pet Therapy: quando la cura è una cura

“Mentre si dicevan questo, un cane che stava lì disteso, alzò la testa e le orecchie. Era Argo, il cane di Ulisse…”

Dopo vent’anni di guerre ed avventure, Ulisse torna nella sua Itaca sotto mentite spoglie, trasformato dalla dea Atena in un mendicante, riconosciuto solo dal suo fedele ed ormai vecchio cane Argo che, subito dopo, si lascia andare tra le braccia della morte, quasi come lo avesse aspettato per poterlo vedere un’ultima volta; cade una lacrima sul volto dell’eroe omerico, l’unica versata dal forte Ulisse e proprio per il suo amato cane.

Questo famosissimo, commovente e potente passo dell’Odissea, è emblema della fedeltà e dell’ amore incondizionato che lega l’ animale al suo padrone, e viceversa; uno dei legami più sinceri e leali è infatti proprio quello che si instaura tra uomo ed animale, apportandoci benefici incredibili a livello psicologico ed affettivo, sembrando che il nostro compagno sia capace di comprenderci condividendo la nostra felicità e supportandoci nei momenti difficili.

Non è forse vero che il nostro cane che ci fa le feste sulla soglia di casa dopo una giornata di lavoro migliora il nostro umore o il gatto appollaiato sulle ginocchia di sera di fronte la tv non ci infonde un senso di pace e tranquillità?

E’ una relazione che stimola la parte emozionale nell’ uomo e favorisce l’apertura a nuove esperienze, nuovi modi di comunicare; un animale non giudica, non ha pregiudizi e si dà totalmente stimolando il buonumore ed il sorriso.

E proprio questi effetti benefici connessi alla relazione dell’uomo con gli animali, divennero già a partire dalla fine del ‘700, oggetto di studio da parte di psicologi e psichiatri; lo psicologo inglese Tuke incitò i pazienti affetti da malattie mentali ad interagire e prendersi cura di piccoli animali, favorendo con questo un migliore autocontrollo del paziente e scambio affettivo; dopo la fine della Prima guerra mondiale al St. Elisabeth’s Hospital vennero usati i cani per curare i malati di schizofrenia e depressione ed alla fine della Seconda, la Croce Rossa Americana promosse una terapia di reintegrazione dei reduci di guerra basata sul contatto con gli animali da fattoria.

È con lo psichiatra infantile Lewinson, nel suo libro “THE DOG AS Co- Therapist, a metà del Novecento, che viene coniato il termine per indicare gli effetti benefici della interazione uomo-animale, quali calmare l’ansia, trasmetter calore affettivo, aiutare a superare stress e depressione ed in generale benefici alla salute psicofisica dell’uomo: pet therapy. 

Essa prese piede in Italia verso la fine degli anni ’80 con convegni e conferenze sul tema e con direttive e decreti a livello statale e regionale nella direzione di promuovere il coinvolgimento degli animali in interventi assistenziali e terapeutici.La Conferenza Stato Regioni ha approvato l’ Accordo  e le linee guida nazionali pet therapy che prevedono le medesime regole sull’intero territorio nazionale e stabiliscono gli standard qualitativi di riferimento per la corretta applicazione di questa terapia di supporto, allo scopo di tutelare sia i pazienti che gli animali da affezione.

Il termine pet therapy è risultato però ben presto un’espressione imprecisa e sicuramente troppo riduttiva in confronto alle differenti attività e quindi è stata sostituita con quella di IAA: interventi assistiti con gli animali che si distinguono, in base ad obiettivi e beneficiari, in:

-terapie assistite con animali (TAA);

utilizzata a supporto delle terapie tradizionali, per migliorare disturbi della sfera psichica, cognitiva ed emotiva e rivolto a soggetti con diverse patologie, psichiche e fisiche.
Le ricerche hanno evidenziato che l’interazione tra un bambino ed un animale stimoli i processi cognitivi e lo sviluppo delle attività comportamentali. Negli utenti con disturbi psichiatrici, la pet therapy aiuta ad abbassare il livello di apprensione del paziente nei confronti del proprio terapista; il rapporto che si instaura tra l’animale ed il malato favorisce infatti la comunicazione con il professionista e di conseguenza il coinvolgimento nella terapia di cura.
La presenza di un animale domestico non solo migliora il comportamento in certi pazienti ma in generale contribuisce all’ abbassamento di ansia e tensione, aiutando a diminuire gli statiti d’ animo negativi, scongiurando la comparsa di depressione ed irrequietezza.
I benefici non risultano tuttavia solo a livello psicologico ma anche fisico; vengono infatti proposte sedute di questo tipo a bambini con disabilità motorie che possono riguardare il movimento degli arti, l’equilibrio e la coordinazione o in pazienti affetti da sclerosi multipla o reduci da lunghi periodi di coma.

-educazione assistita con animali (EAA);

intervento di tipo (ri)educativo che ha come obiettivo quello di migliorare il benessere psicofisico e sociale e la qualità della vita della persona, nonché di rinforzargli l’autostima; contribuisce altresì all’inserimento sociale delle persone in difficoltà.

-attività assistite con animali (AAA);

rivolta a bambini, portatori di handicap, pazienti in ospedale, psichiatrici, anziani e detenuti, ha l’obiettivo di migliorare la qualità della vita in cui l’animale diventa una fonte di stimoli; ad esempio i bambini ricoverati in ospedale o gli anziani nelle case di riposo, soffrono talvolta di depressione dovute alle condizioni di salute, e possibile mancanza di affetti che li porta a chiudersi in sé stessi rifiutando rapporti interpersonali. Alcune esperienze dimostrano che l’animale migliora l’ umore facilitando l’approccio terapeutico e con il personale sanitario.

Per riassumere, la pet therapy (la chiamiamo così per richiudere in una parola tutte le tipologie ut supra) non rappresenta una terapia a sé ma un intervento sussidiario che aiuta, rinforza ed arricchisce le cure tradizionali e può essere impiegata su pazienti di qualsiasi età ed affetti da diverse patologie, di solito bambini, anziani, persone disabili o con problemi psichiatrici.

Gli animali utilizzati solitamente per questa pratica terapeutica di supporto sono: i gatti, i cani addestrati, asini, cavalli e conigli.

Le figure professionali in essa coinvolte sono invece:

  • responsabile di progetto (professionista in campo sanitario);
  • medico veterinario (valuta i requisiti comportamentali e sanitari dell’animale, l’aspetto igienico sanitario ed il benessere dell’ animale);
  • coordinatore (psicologo, psicoterapeuta, educatore, infermiere o assistente sanitario, laureato in scienze motorie o psicomotricista);
  • coadiutore dell’animale (promuove la relazione uomo-animale e monitora lo stato di salute dell’ animale in collaborazione con l’ animale).

Dopo quello scritto e letto possiamo quindi concludere che prendersi cura di un animale è una cura anche per noi; il loro affetto semplice, genuino ed incondizionato è una medicina per le persone.

Energy Italy Spa: STORIE DI SUCCESSO

Il settore delle energie rinnovabili è in una fase di rapida espansione e continua evoluzione ed è per questo essenziale affidarsi ad aziende di consolidata esperienza.

Energy Italy dal 2012 si dedica alla ricerca e selezione dei migliori prodotti e servizi per la produzione di energie da fonti rinnovabili ed il risparmio
energetico. Alla velocità dei cambiamenti deve corrispondere una risposta altrettanto veloce ed innovativa e sempre soddisfacente le richieste senza mai tralasciare la qualità.

La parola su cui si incentra l’attività dell’azienda è il green ed il correlativo binomio competitività e rispetto. Competitività perché l’instaurazione di impianti specifici per produrre in maniera autonoma energia elettrica e/o termica e la continua ricerca di prodotti innovativi al passo con i tempi e l’evoluzione delle esigenze, si traduce in risparmio di costi e spese.
Rispetto, perché puntare sul green e l’energia rinnovabile è una scelta di responsabilità sia per chi ne fa cardine della propria attività ma anche per chi ne accoglie l’offerta; rispetto per l’ambiente e per le future generazioni che hanno il diritto morale di ereditare un mondo (inteso come ambiente in cui vivere) il più sano possibile.

Il futuro è green e green è il colore di Energy Italy che non guarda mai al passato se non per prenderne insegnamento e come parametro di miglioramento ma è sempre proiettata all’innovazione, al rinnovamento, alla novità.

La storia di Energy Italy è infatti una storia di continui nuovi obiettivi e nuovi traguardi; personalmente sono rimasta stupita di come un’azienda
così giovane abbia raggiunto risultati così importanti quasi difficili da elencare nella totalità e sono sicura che quelli che citerò (che sono solo alcuni ma penso i più significativi) faranno rimanere a bocca aperta tutti voi lettori.

Innanzitutto la storia di Energy Italy mi ha fatto capire come un‘azienda ed il suo successo siano la storia, la capacità ed il successo delle persone che
la compongono; l’importanza dell’intuizione ma anche della competenza.

Energy Academy (prima grande “creazione di Energy Italy”) è proprio un effetto-conseguenza di questo principio: nata per formare in campo tecnico, commerciale ed attitudinale i suoi professionisti e manager ha poi esteso il suo programma, ricco di corsi e percorsi di formazione, anche alla domanda “esterna” caratterizzandosi per numeri incredibili, di partecipanti, formatori, offerte formative (vi rimandiamo all’articolo ad essa dedicato nell’uscita precedente); io penso che parta da qui il successo di Energy Italy, dall’importanza che si da alla conoscenza ed alla formazione, che trovo condizioni imprescindibili per un successo non fortuito ma con basi solide e che diventa quindi sinonimo di affidabilità, perché da qui parte il successo della persona quindi anche di un’azienda la cui risorsa principale rimane sempre quella umana.

Alla base di questo principio è anche la creazione della recentissima Energy Ing, società di ingegneria che si occupa principalmente dello sviluppo
di progetti innovativi propedeutici al Superbonus 110% e a tutte le attività che concorrono al miglioramento energetico degli edifici.

Sostenitrice dell’assioma che intuizione, formazione e quindi competenza sono alla base di ogni successo (non effimero ma concreto e duraturo), Energy Italy fa brillare la sua history case di successi. Nel 2017 viene fondata Energy plus (con l’ introduzione dei contratti luce e gas), una Energy Service Company (ESCo) che è altro non è che un’impresa che fornisce tutti i servizi necessari a realizzare un intervento per il miglioramento dell’efficienza energetica; essa offre ai propri clienti una
diagnosi energetica ed i relativi strumenti per valutare le opportunità di intervento, con lo scopo di ridurre i costi legati all’ energia ed alla dipendenza da fonti energetiche non rinnovabili.

Nel 2018 Energy Italy ottiene la certificazione ISO, che assicura i clienti e le aziende partner circa la qualità organizzativa di un impresa, dei prodotti
offerti e delle prestazioni del servizio; sempre nello stesso anno partecipa al Comitato Economico Sociale Europeo (riunitosi a Bruxelles con l’obiettivo di incentivare un’alimentazione sana e sostenibile) di cui voglio riportare le parole dell’amministratore rivolte ad Energy Italy perché lo trovo un
passaggio chiave della sua attività e del suo ruolo (e anche di orgoglio):

“Dear Energy Italy Spa, sono lieto di inviarvi il parere esplorativo del CESE
su un ruolo più costruttivo per la società civile nell’attuazione del diritto ambientale adottato il 30 ottobre 2019. Il CESE ti ringrazia per il prezioso contributo al progetto durante l’incontro e la Conferenza. Ciò ha portato ora al documento allegato che è stato consegnato alla Commissione Europea, al Parlamento ed al consiglio per ulteriori azioni.”

Un riconoscimento Europeo dell’impegno continuo che in pochi possono vantare. Ad obiettivi e riconoscimenti così importanti per la filosofia e anche e soprattutto per l’operato concreto dell’azienda, ne corrispondono di importanti anche dal punto di vista economico (che senza ipocrisie sono condizioni sine qua non per la concretizzazione dei principi e della visione aziendale e una causa-effetto della efficace azione della stessa):
giugno del 2018 vede infatti il passaggio del capitale sociale da 120.000 euro a 1.250.000 di euro (!), di cui 250.000 euro in azioni privilegiate, per arrivare ad un ulteriore incremento di 300.000 euro quest’anno con un collegato ampliamento dell’oggetto sociale.

Ed è grazie a questi risultati che oltre all’acquisto degli uffici dove opera la sede centrale, sono state acquistate e aperte due nuovi sedi (Partanna – TP – e Catania) per poter essere al massimo dell’efficienza offrendo supporto ai clienti e a chi opera attivamente dal punto di vista organizzativo ed esecutivo.

Sempre curiosa e disponibile a promuovere iniziative portatrici di innovazione, Energy Italy è un’azienda che da spazio alle idee e alla vivace intelligenza delle persone, supporta le idee sperimentali ed originali frutto di menti creative e preparate e che vedono in “green”; tra queste merita di essere citato un progetto ideato e realizzato dall’Arch. Leonardo Di Chiara, ricercatore presso la Tinyhouse University, un’Associazione no profit impegnata nello sviluppo di soluzioni innovative per il vivere contemporaneo.

L’iniziativa aveva come oggetto la sperimentazione di una casa mobile su ruote di 9 mq, costruita a Pesaro ed esposta al Museo di Design del Bauhaus-Archiv a Berlino fino a marzo 2018. Con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico nei confronti del movimento “Tiny House”, ma più in generale per promuovere una discussione sulla sostenibilità dell’abitare in relazione ai bisogni della società contemporanea, la Tiny House aVOID è stata costruita a Pesaro ed è stata inaugurata il 19 Agosto 2017 al Bauhaus-Archiv/Museum of Design di Berlino.

Energy Italy Spa ha deciso di aderire al progetto in qualità di sponsor tecnico, attraverso la fornitura di pannelli Infrarossi e di un impianto fotovoltaico (in fase di installazione che prevediamo sarà pronto
per le tappe di Roma) che diventeranno parte della Tiny House.

La storia di Energy Italy sembra la narrazione di un romanzo di formazione, dove in primo piano ci sono l’evoluzione, i cambiamenti, le continue sfide del protagonista che ha una morale (che alla base del successo c’è, oltre all’intuizione, la competenza, la formazione, la costanza e la voglia di continuo miglioramento) ed in questo caso … un finale aperto perché saranno ancora tanti gli obiettivi prefissati e raggiunti, da ultimo la nuova e titanica sfida: la riqualificazione energetica degli edifici con il Superbonus 110% che ha portato all’acquisizione di 5000 clienti ed alla creazione della grande rete di impresa Energy Re (oltre 200 imprese affiliate), la fondazione di Energy Ing e il primo spot su Mediaset.

La visione aziendale delle imprese che hanno puntato sul green, tra cui spicca Energy Italy sta per avere la più grande fase di concretezza dell’epoca moderna; con Il Recovery Fund gli Stati mettono al centro delle politiche economiche quelle ambientali (e viceversa) e non solo al centro di programmi demagogici di propaganda ma finalmente della così detta realpolitik.