CERTIFICATO VERDE: un piccolo passo verso la normalità

Da più di un anno la nostra società è gravemente ferita dal coronavirus e la normalità che conosciamo è ormai solo un ricordo lontano.

Stiamo decisamente affrontando un periodo intenso sotto ogni aspetto, da quello economico a quello psicologico, che mette a dura prova tutti noi.

Ma oltre alla parte negativa è sacrosanto poter anche scrivere delle notizie che rafforzino il nostro spirito, che aprano dei piccoli spiragli di luce speranzosi per tornare a vivere tutti assieme quella che prima definivamo “quotidianità”. Oggi più che mai uno degli aspetti fondamentali di questo tema è proprio quello del viaggio: vedere posti nuovi o i propri parenti lontani.

Ecco perché oggi vi parlerò del Certificato Verde, il primo passo per tornare a conquistare la nostra normalità di sempre. Ma andiamo con ordine.

CHE COS’È:

Il certificato verde digitale sarà una prova del fatto che una persona è stata vaccinata contro la COVID-19, è risultata negativa al test o è guarita dalla COVID-19. Il certificato sarà disponibile, gratuitamente, in formato digitale o cartaceo, e comporterà un codice QR che ne garantirà la sicurezza e l’autenticità. La Commissione predisporrà un gateway (una porta in parole povere) per garantire che tutti i certificati possano essere verificati in tutta l’UE e aiuterà gli Stati membri nell’attuazione tecnica dei certificati.

COME SI OTTIENE IL CERTIFICATO?

Le autorità nazionali sono responsabili del rilascio del certificato. Potrebbe, ad esempio, essere rilasciato dagli ospedali, dai centri di test o dalle autorità sanitarie.

La versione digitale può essere salvata su un dispositivo mobile. I cittadini possono inoltre richiedere una versione cartacea. Entrambe le versioni disporranno di un codice QR contenente le informazioni essenziali e di un sigillo digitale per garantire l’autenticità del certificato.

IN CHE MODO CONTRIBUIRÀ ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE?

Il certificato verde digitale sarà accettato in tutti gli Stati membri dell’UE. Contribuirà a far sì che le restrizioni attualmente in vigore possano essere revocate in modo coordinato.

Quando viaggiano, tutti i cittadini dell’UE o i cittadini di paesi terzi che soggiornano o risiedono legalmente nell’UE in possesso di un certificato verde digitale dovrebbero essere esentati dalle restrizioni alla libera circolazione allo stesso modo dei cittadini dello Stato membro visitato.

Se uno Stato membro continua a imporre ai titolari di un certificato verde digitale l’obbligo di quarantena o di effettuare un test, deve comunicarlo alla Commissione e a tutti gli altri Stati membri e giustificare tale decisione.

Non sarà quindi (in teoria) più necessaria la quarantena una volta atterrati in un nuovo territorio appartenente all’Unione Europea e soprattutto se si è legalmente cittadino europeo.

COME FUNZIONERÀ IL CERTIFICATO?

Sarà disponibile in 2 versioni, ossia cartaceo e digitale e verrà fornito con un codice QR per evitarne la falsificazione. Nel momento di verifica, verrà scansionato il codice QR e verificata la firma.

Ogni organismo autorizzato a rilasciare i certificati ha la chiave di firma digitale, così da poter rendere sicuro e verificabile ogni documento, e verranno protetti in una banca apposita in ciascun paese.

La Commissione europea successivamente creerà una porta mediante la quale tutte le firme dei certificati potranno essere verificate in tutta l’UE. I dati personali codificati nel certificato non passeranno attraverso il gateway dato che ciò non è necessario per verificare la firma digitale. La Commissione europea aiuterà inoltre gli Stati membri a sviluppare un software che potrà essere utilizzato dalle autorità per controllare i codici QR.

HA IMPORTANZA QUALE VACCINO I CITTADINI HANNO RICEVUTO?

Viste le tante polemiche trascorse in queste settimane di vaccinazioni, è anche lecito farsi questo tipo di domanda, anche per capire le diverse restrizioni di questa proposta della Commissione Europea.

Ebbene I certificati di vaccinazione saranno rilasciati a una persona vaccinata con qualsiasi vaccino contro la COVID-19. Per quanto riguarda la deroga alle restrizioni sul tempo di quarantena al momento di arrivo, gli Stati membri dovranno accettare i certificati di vaccinazione per vaccini che hanno ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio nell ‘UE.

QUALI SARANNO LE PROSSIME TAPPE DI QUESTA DECISIONE STORICA PER TORNARE A VIAGGIARE?

Dopo l’approvazione, la Commissione europea istituirà un’infrastruttura digitale che agevoli l’autenticazione dei certificati verdi digitali. Gli Stati membri invece dovranno apportare le modifiche necessarie ai rispettivi sistemi nazionali di cartelle cliniche. Tutto questo processo si verificherà nell’estate 2021.

QUANDO VERRÀ PORTATO IN TUTTO IL MONDO QUESTO PERMESSO?

La commissione collabora con l’Organizzazione mondale della sanità e l’organizzazione internazionale che rappresenta il trasporto aereo per garantire che i certificati rilasciati nell’UE possano essere riconosciuti nel resto della giurisdizione mondiale.

Il Certificato Verde diventa di fatto il primo vero passo per un ritorno alla nostra normalità, per viaggiare e scoprire in tranquillità e senza dover passare dalle annose quarantene che oggi giustamente per precauzioni vengono stabilite per chi si ritrova a dover compiere un viaggio, sia per lavoro che per svago.

DETTO TRA NOI… IL MONDO IN TASCA

Settant’anni fa l’Italia, insieme a Francia, Lussemburgo, Germania Occidentale, Belgio e Paesi Bassi, partecipò alla costituzione della CECA, ovverosia la Comunità Europea per il Carbone e l’Acciaio. Iniziava praticamente una prima, timida, fase legata a quella che poi sarebbe diventato il principio della globalizzazione. Il patto era però soltanto economico con una collaborazione parziale e settoriale. Sei anni dopo l’accordo divenne politico con la costituzione della CEE e l’adesione graduale di altri Stati.

L’accordo  risultava però ancora limitato, essendo tagliati fuori gran parte degli Stati che gravitavano in Europa, soprattutto quelli vicini alla superpotenza sovietica. Finalmente arrivò quel fatidico giovedì, del nove novembre 1989, quando i quattro metri di altezza del muro e i 151 chilometri di filo spinato, che spaccavano in due la città di Berlino, si accartocciarono sotto le randellate del popolo tedesco.

La caduta del muro e il contemporaneo crollo dell’URSS, aprirono quindi uno scenario diverso di collaborazione fra i popoli, scaturita poi nel trattato di Meastricht del 1992 che creò l ‘attuale Unione Europea.  Il fenomeno aggregativo e complementare interessò altre parti del mondo, iniziando a caratterizzare un periodo di facilitazione e velocizzazione  di scambi economici, di tendenze, di idee diverse, di problematiche. Stava maturando una politica di liberalizzazione dei confini e delle dogane, nonché una conseguente dilatazione delle interdipendenze reciproche.

Praticamente germogliava quel seme della integrazione globale, piantato nel terreno evolutivo dell’avanzamento dei tempi e innaffiato dalla evoluzione tecnologica. Rimanevano però, ed ancora purtroppo restano, divari profondi fra i cosiddetti Paesi sviluppati e industrializzati, e quelli definiti del Terzo Mondo.

I popoli più poveri vivono tra loro momenti di solidarietà legata alla sopravvivenza; i ricchi verso i poveri, attuano azioni di sfruttamento; i ricchi fra loro creano situazioni di opportuna complicità.

Solo quando lo sfruttamento e l’opportunismo lasceranno il passo alla sussidiarietà, allora probabilmente la globalizzazione assumerà una diversa valenza.  Oggi come oggi, occorre prenderne atto,  esistono ancora aspetti condizionanti: economici, sociali, scientifici, culturali e così via.

Si va cioè verso il raggiungimento di una veloce omologazione dei prodotti, dei servizi e dei consumi. Alla velocità della luce!  

Soprattutto quando la globalizzazione è produttiva, ovvero de localizzata verso i Paesi più poveri, quelli cioè che hanno tante risorse ma non sanno come fare per sfruttarle, diventando inevitabilmente preda di una sfrenata economia capitalistica, che necessitano di cure mediche, di acqua potabile, di nutrizione, di senso d’orientamento, senza il quale si perde anche quello della comunità.

Dove non si capitalizza solo l’azione, ma anche il tempo per attuarla. Per questo infatti da una economia globale si è passati alla New Economy, dove l’utilizzo della telematica e la rivoluzione informatica ha annullato le distanze facendo accadere tutto in tempo reale.

Detto fra noi, negli anni sessanta si sognava di girare il mondo con le mani in tasca ed il cuore pieno di fantasia.

Oggi, grazie proprio alla globalizzazione, il cuore è rimasto, ma la fantasia un po’ meno.                                                                                                

Basta infatti mettere le mani in tasca, avviare il cellulare, ed ecco che sarà il mondo a venire da noi.

Energy Italy e la vittoria del lavoro: intervista a Benedetto Roberto Ingoglia.

Un anno fa siamo stati catapultati in una situazione lontana da ogni immaginazione, in grado di mettere in ginocchio l’intero sistema di sostentamento per le aziende e per le persone, causando gravi perdite a livello economico e aumentando le turbolenze sociali. Tante le proteste, tante le sconfitte ma anche tante vittorie.

Proprio in occasione di un giorno speciale come la Festa dei Lavoratori è giusto quindi guardare in faccia alla realtà nella sua completezza. Ci sono state aziende che sono riuscite a ripartire, reinventarsi, addirittura accelerare in una situazione del genere. Tanti possono essere i motivi: coraggio, ambizione, determinazione, formazione. Ma quello che più interessa a noi e a voi lettori è l’ispirazione che ha portato al successo.

Oggi, infatti, andremo ad esaminare proprio quelli che sono gli aspetti principali di una delle realtà leader del settore energetico che più è riuscita ad eccellere in un periodo particolare come quello che stiamo vivendo: Energy Italy SpA. E chi meglio del Presidente Benedetto Roberto Ingoglia può raccontarci i fattori che più hanno contribuito al successo attuale dell’azienda e che aprono ad un futuro sempre più raggiante?

Oggi, per Atlas Magazine, andremo in profondità di questo aspetto, che sottolinea il successo imprenditoriale ma anche e soprattutto l’ispirazione per chi oggi cerca una risposta per gli anni a venire che ci attendono.

L: “Il 2020 è stato un anno difficile ma anche occasione di forte crescita in Energy Italy: quali sono stati i fattori più importanti di questa crescita?”

R.   “Anni fa, prima ancora di creare Energy Italy, nel novembre 2001, in piena crisi economica, subito dopo l’attentato delle Torri Gemelle, col fatturato aziendale che crollava di giorno in giorno, ho frequentato un corso di formazione il cui argomento principale era “Strategie di crescita aziendali”

Ero proprio curioso di capire, in un momento di così forte depressione sociale e una così forte congiuntura economica, quale potesse essere la strategia che avrebbe potuto invertire l’andamento e le sorti dell’azienda in cui lavoravo.

Nel concreto, abbiamo parlato ben poco di strategie effettive, in quanto, per la maggior parte del tempo, il relatore ci ha spinto a riflettere sulle opportunità che ogni crisi può scaturire e, analizzando le reali occasioni celate in quella che era la più grande depressione economica del dopoguerra, mi sono reso conto che sì, dietro ogni crisi si nascondono sempre delle grandi opportunità, ma per coglierle servono coraggio, forza di volontà, visione e un forte atteggiamento positivo. 

Quindi, alla sua domanda posso sicuramente rispondere che i fattori più importanti di questa crescita sono stati indubbiamente la grande visione di un nuovo mercato, il coraggio di affrontarlo, una profonda forza di volontà, ma soprattutto il pensiero positivo”.

L: “Energy Italy non solo è cresciuta come mole di lavoro ma anche come squadra e sedi! Ci racconti nel dettaglio questa “vittoria” del lavoro”. 

“Per cogliere al meglio una nuova e grande opportunità come quella della riqualificazione energetica degli edifici, grazie al cosiddetto Superbonus 110%, devi mettere in atto una sinergia di strategie tecniche, commerciali e di marketing.

Per farlo bene è assolutamente necessario un personale altamente qualificato, che deve essere presente su tutto il territorio nelle filiali aziendali, al fine di offrire un’assistenza ottimale ai clienti già acquisiti e di attirarne dei nuovi.

La nostra vittoria è stata quella di realizzare il tutto questo in un tempo brevissimo”.

L: “Parlando di progetti, come crescerà ancora Energy Italy?”

“Possiamo dire che il percorso di Energy Italy è ancora all’inizio: l’inserimento di nuove 10 risorse all’interno del nostro staff e l’apertura delle sedi periferiche di Catania e Partanna (TP) negli ultimi 12 mesi sono soltanto lo start up di un progetto che nei prossimi 5 anni ci vedrà presenti con altre aperture nelle più importanti aree commerciali a supporto della nostra rete e dei nostri clienti. 

Tutto questo perché il mercato dell’energia rinnovabile è costretto a crescere, in funzione degli accordi che le Nazioni di tutto il mondo hanno sottoscritto, con l’obiettivo di ridurre l’emissione di gas serra.

Noi di Energy Italy vogliamo essere, anzi, sicuramente saremo protagonisti di questo risultato, attraverso la fornitura di prodotti innovativi e all’erogazione di servizi di estrema qualità”.

Un racconto affascinante quanto entusiasmante e che ci ha sciolto diversi dubbi su quello che è giusto fare in un momento così incerto.”

Dai successi ottenuti e soprattutto dalle parole del Presidente Roberto Ingoglia, Energy Italy si è rivelata e confermata azienda solida e promettente nel settore energetico.

Questo sicuramente per le grandi occasioni proposte con il Decreto Rilancio, ma anche e fondamentalmente grazie alla preparazione e formazione durante gli anni e allo spirito intraprendente che ha fatto sì che venisse creata una realtà incredibile: più di 1000 consulenti, la creazione di EnergyRE, una rete di imprese fra le più grandi d’Italia e composta da 400 tecnici e 200 imprese affiliate. Non solo: Energy Italy ha ampliato anche il proprio staff, le proprie sedi e il proprio capitale sociale, dando una forte accelerata in termini di qualità professionale, presenza territoriale e forza economica, in un momento tutt’altro che roseo. Una vera vittoria del lavoro!

1° MAGGIO : UNA DATA CHE È MESSAGGIO PER 365 GIORNI.

Maggi Giovanni—foto Quarto Stato dopo servizio da Milano

Il primo maggio va commemorato per non dimenticare quelle persone che hanno lottato per ottenere condizioni di vita e di lavoro umane per tutti e per difendere il proprio diritto al lavoro, come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere sociali e geografiche.

Il primo Maggio nel lontano 1886 cadeva di sabato, allora una giornata lavorativa come un’altra ma in dodicimila fabbriche negli Stati Uniti incrociarono le braccia; anche le vie di Chicago furono invase da migliaia di persone per l’ ottenimento di quelle “ 8 ore “ tanto desiderate.

Fino a quel momento infatti gli operai lavoravano anche 12 ore al giorno, in condizioni inumane; la rivoluzione che avevano chiesto per anni, quella dei tre “otto” (otto ore di lavoro, otto ore per dormire, otto ore di svago) era arrivata: gli operai sono in piazza a protestare contro i ritmi massacranti di lavoro nelle fabbriche.

Tutto si svolse pacificamente ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione divenne sempre più acuta: finché nel corso di un raduno  ad Haymarket Square uno sconosciuto lanciò un ordigno contro la polizia che reagì sparando sulla folla.

Gli organizzatori della manifestazione furono arrestati e processati; sette di loro furono condannati a morte, con prove inconsistenti e traballanti e due condanne furono trasformate in ergastoli dal governatore dell’Illinois.

Nel 1890 la Seconda Internazionale Socialista decise di promuovere in tutto il mondo la festa dei lavoratori facendola coincidere proprio il primo maggio.

Da allora viene celebrata ogni anno in molti paesi del mondo, proprio per ricordare i diritti dei lavoratori, originariamente nata per la riduzione dell’orario di lavoro; in Italia è stata istituita nel 1890, anticipata al 21 aprile nel ventennio fascista.

Proprio in questo periodo di grave difficoltà economica, in cui è forte il senso di rivendicazione del diritto al lavoro, il primo maggio, nel suo significato simbolico è più attuale che mai; cambia il mondo del lavoro e quindi le rivendicazioni e i miglioramenti richiesti ma rimane fermo il principio per cui senza lavoro non c’è futuro e progresso, esso è democrazia e libertà.

Oggi, ai tempi della pandemia, non è più (almeno in paesi civili come l’Italia) lotta del lavoratore dipendente per la conquista dei suoi diritti fondamentali contro l’ idea che il datore di lavoro sia suo proprietario con l’ affermazione che il lavoratore stesso sia parte di un relazione contrattuale duale che riservi agli uni agli altri diritti e doveri, ma è rivendicazione di un diritto al lavoro che investe tutti i ceti, tutti i settori e tutti i partecipanti della relazione contrattuale lavorativa, dipendente e imprenditore.

Il lavoro costituisce uno dei pilastri fondamentali su cui è costruita l’ edificazione di uno stato democratico, principio ribadito nei principi fondamentali della nostra Costituzione ex artt. 1-4.

All’ art. 4 la Repubblica riconosce infatti a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto; ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e scelte, un’ attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.

È attraverso il fare che emerge l’ essere: è nella vita di ogni giorno che ciascuno di noi realizza sé stesso ed il patto sociale.

Nella visione dei Costituenti una persona senza lavoro crea un danno sociale oltre che personale: il lavoro è un diritto personale ma anche un dovere sociale, è strumento per realizzare sé stessi e condividere con gli altri componenti della società le proprie competenze. Attraverso la promozione del lavoro, la democrazia si regge su un’ idea di eguaglianza che è valorizzazione della cooperazione e contemporaneamente valorizzazione delle differenze.

Le sempre sagge ed significative parole di Papa Francesco, potrebbero essere bandiera del 1 maggio 2021:

“ Perché quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale”.

Pet Therapy: quando la cura è una cura

“Mentre si dicevan questo, un cane che stava lì disteso, alzò la testa e le orecchie. Era Argo, il cane di Ulisse…”

Dopo vent’anni di guerre ed avventure, Ulisse torna nella sua Itaca sotto mentite spoglie, trasformato dalla dea Atena in un mendicante, riconosciuto solo dal suo fedele ed ormai vecchio cane Argo che, subito dopo, si lascia andare tra le braccia della morte, quasi come lo avesse aspettato per poterlo vedere un’ultima volta; cade una lacrima sul volto dell’eroe omerico, l’unica versata dal forte Ulisse e proprio per il suo amato cane.

Questo famosissimo, commovente e potente passo dell’Odissea, è emblema della fedeltà e dell’ amore incondizionato che lega l’ animale al suo padrone, e viceversa; uno dei legami più sinceri e leali è infatti proprio quello che si instaura tra uomo ed animale, apportandoci benefici incredibili a livello psicologico ed affettivo, sembrando che il nostro compagno sia capace di comprenderci condividendo la nostra felicità e supportandoci nei momenti difficili.

Non è forse vero che il nostro cane che ci fa le feste sulla soglia di casa dopo una giornata di lavoro migliora il nostro umore o il gatto appollaiato sulle ginocchia di sera di fronte la tv non ci infonde un senso di pace e tranquillità?

E’ una relazione che stimola la parte emozionale nell’ uomo e favorisce l’apertura a nuove esperienze, nuovi modi di comunicare; un animale non giudica, non ha pregiudizi e si dà totalmente stimolando il buonumore ed il sorriso.

E proprio questi effetti benefici connessi alla relazione dell’uomo con gli animali, divennero già a partire dalla fine del ‘700, oggetto di studio da parte di psicologi e psichiatri; lo psicologo inglese Tuke incitò i pazienti affetti da malattie mentali ad interagire e prendersi cura di piccoli animali, favorendo con questo un migliore autocontrollo del paziente e scambio affettivo; dopo la fine della Prima guerra mondiale al St. Elisabeth’s Hospital vennero usati i cani per curare i malati di schizofrenia e depressione ed alla fine della Seconda, la Croce Rossa Americana promosse una terapia di reintegrazione dei reduci di guerra basata sul contatto con gli animali da fattoria.

È con lo psichiatra infantile Lewinson, nel suo libro “THE DOG AS Co- Therapist, a metà del Novecento, che viene coniato il termine per indicare gli effetti benefici della interazione uomo-animale, quali calmare l’ansia, trasmetter calore affettivo, aiutare a superare stress e depressione ed in generale benefici alla salute psicofisica dell’uomo: pet therapy. 

Essa prese piede in Italia verso la fine degli anni ’80 con convegni e conferenze sul tema e con direttive e decreti a livello statale e regionale nella direzione di promuovere il coinvolgimento degli animali in interventi assistenziali e terapeutici.La Conferenza Stato Regioni ha approvato l’ Accordo  e le linee guida nazionali pet therapy che prevedono le medesime regole sull’intero territorio nazionale e stabiliscono gli standard qualitativi di riferimento per la corretta applicazione di questa terapia di supporto, allo scopo di tutelare sia i pazienti che gli animali da affezione.

Il termine pet therapy è risultato però ben presto un’espressione imprecisa e sicuramente troppo riduttiva in confronto alle differenti attività e quindi è stata sostituita con quella di IAA: interventi assistiti con gli animali che si distinguono, in base ad obiettivi e beneficiari, in:

-terapie assistite con animali (TAA);

utilizzata a supporto delle terapie tradizionali, per migliorare disturbi della sfera psichica, cognitiva ed emotiva e rivolto a soggetti con diverse patologie, psichiche e fisiche.
Le ricerche hanno evidenziato che l’interazione tra un bambino ed un animale stimoli i processi cognitivi e lo sviluppo delle attività comportamentali. Negli utenti con disturbi psichiatrici, la pet therapy aiuta ad abbassare il livello di apprensione del paziente nei confronti del proprio terapista; il rapporto che si instaura tra l’animale ed il malato favorisce infatti la comunicazione con il professionista e di conseguenza il coinvolgimento nella terapia di cura.
La presenza di un animale domestico non solo migliora il comportamento in certi pazienti ma in generale contribuisce all’ abbassamento di ansia e tensione, aiutando a diminuire gli statiti d’ animo negativi, scongiurando la comparsa di depressione ed irrequietezza.
I benefici non risultano tuttavia solo a livello psicologico ma anche fisico; vengono infatti proposte sedute di questo tipo a bambini con disabilità motorie che possono riguardare il movimento degli arti, l’equilibrio e la coordinazione o in pazienti affetti da sclerosi multipla o reduci da lunghi periodi di coma.

-educazione assistita con animali (EAA);

intervento di tipo (ri)educativo che ha come obiettivo quello di migliorare il benessere psicofisico e sociale e la qualità della vita della persona, nonché di rinforzargli l’autostima; contribuisce altresì all’inserimento sociale delle persone in difficoltà.

-attività assistite con animali (AAA);

rivolta a bambini, portatori di handicap, pazienti in ospedale, psichiatrici, anziani e detenuti, ha l’obiettivo di migliorare la qualità della vita in cui l’animale diventa una fonte di stimoli; ad esempio i bambini ricoverati in ospedale o gli anziani nelle case di riposo, soffrono talvolta di depressione dovute alle condizioni di salute, e possibile mancanza di affetti che li porta a chiudersi in sé stessi rifiutando rapporti interpersonali. Alcune esperienze dimostrano che l’animale migliora l’ umore facilitando l’approccio terapeutico e con il personale sanitario.

Per riassumere, la pet therapy (la chiamiamo così per richiudere in una parola tutte le tipologie ut supra) non rappresenta una terapia a sé ma un intervento sussidiario che aiuta, rinforza ed arricchisce le cure tradizionali e può essere impiegata su pazienti di qualsiasi età ed affetti da diverse patologie, di solito bambini, anziani, persone disabili o con problemi psichiatrici.

Gli animali utilizzati solitamente per questa pratica terapeutica di supporto sono: i gatti, i cani addestrati, asini, cavalli e conigli.

Le figure professionali in essa coinvolte sono invece:

  • responsabile di progetto (professionista in campo sanitario);
  • medico veterinario (valuta i requisiti comportamentali e sanitari dell’animale, l’aspetto igienico sanitario ed il benessere dell’ animale);
  • coordinatore (psicologo, psicoterapeuta, educatore, infermiere o assistente sanitario, laureato in scienze motorie o psicomotricista);
  • coadiutore dell’animale (promuove la relazione uomo-animale e monitora lo stato di salute dell’ animale in collaborazione con l’ animale).

Dopo quello scritto e letto possiamo quindi concludere che prendersi cura di un animale è una cura anche per noi; il loro affetto semplice, genuino ed incondizionato è una medicina per le persone.

Recovery Funds per Green Economy

Aiutare gli Stati membri dell’Europa ad affrontare il post Covid. È questo l’obiettivo del tanto nominato negli ultimi mesi “Recovery Funds”, un fondo di recupero il cui accordo UE è stato raggiunto a luglio 2019 che prevede l’emissione di bond di recovery con garanzia del bilancio UE. Una strategia condivisa per affrontare l’emergenza, che dopo diversi ostacoli e avversità sembra oggi diventare realtà. Un debito comune. Fortemente voluto dall’Italia, dai Paesi maggiormente colpiti dallo tsunami Covid-19.

Un accordo piuttosto complesso tra i 27 Stati membri, bloccato fin da subito dai veti della Polonia e dell’Ungheria, oggi ritirati. Un Piano nazionale di resilienza e rilancio (così, anche indicato in Italia), che si traduce in una serie di progetti in cui saranno investiti i soldi dell’anche noto Next Generation EU.

Tra i progetti destinati ai circa 209 miliardi, ripartiti in 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 miliardi in prestiti, tante proposte green. La green economy è il futuro e, pertanto, deve essere centrale nel programma di rilancio. Ritenuta da Bruxelles una delle armi migliori per superare la crisi economica post pandemia, alla quale l’Italia dedica circa il 31% dei fondi destinati al nostro Paese…

Fondi dedicati all’efficientamento energetico e allo sviluppo di un’economia circolare, un’economia sostenibile e in grado di affrontare nuove sfide. Un “Modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dalla crescita, sia l’impatto ambientale provocato dall’attività di trasformazione delle materie prime”, definizione sul dizionario Treccani.

Con l’obiettivo di rendere il nostro Mondo, un posto più sostenibile. Obiettivo che vede grandi realtà nazionali sempre più attive, per apportare un cambiamento vero e proprio, per lasciare alle future generazioni un Pianeta più green, stando oggi più attendi anche ai piccoli gesti d’azione. Obiettivo che vede grandi realtà nazionali, come Energy Italy Spa, sempre più impegnata nella salvaguardia della nostra Terra. Ed Energy Italy Spa è la storia di successo che vi narriamo oggi, in chiave green.

Come deve essere trattato il lavoratore dipendente che rifiuti di sottoporsi al vaccino anti covid?

A poco più di un anno dall’individuazione del paziente zero in Italia, la campagna vaccinale sta proseguendo a pieno ritmo anche nel nostro Paese. Dopo il turno degli operatori socio – sanitari, è ora giunto il momento degli over 80, per poi raggiungere, a scalare, le altre fasce di età.

Come ben noto, in Italia non c’è l’obbligo di vaccinarsi: secondo alcuni costituzionalisti, il vaccino potrebbe essere reso obbligatorio solo attraverso una legge approvata dal Parlamento. L’art. 32 Cost. infatti, prevede che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in ogni caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

La mancanza di una legge che, attualmente, imponga l’obbligo di vaccinarsi pone il problema consequenziale di come debbano essere trattati i soggetti che rifiutano il vaccino. Problema che, a ben vedere, appare ancora più sentito in ambiente lavorativo.

Si pensi, ad esempio, ad un lavoratore dipendente che rifiuti di sottoporsi al vaccino: cosa può fare il datore di lavoro?

In mancanza di una legge ad hoc, in linea anche con i principi costituzionali, nessun datore di lavoro potrebbe in Italia obbligare un dipendente alla vaccinazione anti covid. Ciò posto, l’azienda potrebbe, però, decidere di sospendere il lavoratore che rifiuta la somministrazione, senza diritto alla retribuzione. Si tratta di una scelta che appare giustificata dalla necessità di garantire la sicurezza nei confronti del resto del personale.

Il titolare dell’azienda potrebbe, poi, incentivare il lavoratore a vaccinarsi, prevedendo una serie di benefici (come ad esempio la previsione di premi).

Il dibattito relativo a come debbano essere trattati i dipendenti che rifiutino la vaccinazione anti covid è avvertito anche nel resto dei Pesi del Mondo: diverse, però, le soluzioni che possono essere adottate.

In alcuni Stati (Belgio, Irlanda, Polonia, Argentina, Messico), è del tutto esclusa la possibilità di licenziare il dipendente che si rifiuta di sottoporsi alla vaccinazione.

In Brasile e in Austria, invece, il licenziamento è un’ipotesi contemplata.

Per altri paesi, invece, tra cui l’Italia, il Regno Unito, la Germania, la Russia e gli Stati Uniti, il licenziamento è prevista quale misura da adottare in extrema ratio, qualora, cioè, non sia possibile adottare misure diverse capaci di tutelare allo stesso tempo il lavoratore che si rifiuta e la sicurezza degli altri lavoratori. Nello specifico, il datore di lavoro potrebbe adottare delle misure conservative quali, ad esempio, il mutamento di mansioni o lo smart working. Si tratta di misure che appaiono capaci di tutelare da un lato sia il lavoratore che sceglie di non vaccinarsi, sia la sicurezza degli altri dipendenti. Qualora, però, tali misure non appaiano possibili ovvero non risultino più essere in linea con le esigenze dell’azienda, il dipendente potrebbe essere considerato “temporaneamente inidoneo” a svolgere la mansione in sicurezza, non essendosi vaccinato. Pertanto, essendo ritenuto temporaneamente inidoneo, potrebbe finanche subire una sospensione dello stipendio.

Se, poi, la sua assenza dal lavoro potrebbe pregiudicare l’organizzazione aziendale (in quanto trattasi di assenza indeterminata nella sua durata, ad esempio), allora potrebbe essere ipotizzata anche l’ipotesi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

In definitiva, dunque, in Italia non sembra prospettabile come prima ipotesi la possibilità per il datore di lavoro di licenziare il dipendente che non si sottopone al vaccino. Ciò nonostante, qualora tale scelta si traduca ed integri la causa del giustificato motivo oggettivo di licenziamento, allora appare possibile il licenziamento.

Vi è, infine, un ultimo punto rilevante da considerare, relativo alla protezione dei dati del lavoratore: può l’azienda chiedere direttamente ai dipendenti di confermare l’avvenuta vaccinazione e pretendere l’esibizione dell’apposito certificato?

La questione è stata affrontata anche dal Garante della Privacy, il quale ha precisato che il datore di lavoro non può chiedere direttamente ai dipendenti informazioni o documenti relativi all’avvenuta vaccinazione. Solamente il medico del lavoro, in sede di giudizio circa l’idoneità del dipendente alla mansione, potrà accertare se c’è stata o meno la vaccinazione.

In una prospettiva comparata ed internazionale, è bene segnalare come in altri Paesi le soluzioni adottate siano differenti. In particolare, in Paesi come il Brasile, la Germania e la Polonia, i dati relativi alla vaccinazione del dipendente possono essere utilizzati direttamente dal datore di lavoro. In altri Paesi, invece, come la Repubblica Ceca, la Russia e il Messico, tali dati possono essere trattati dal datore di lavoro solo in presenza di specifiche condizioni, come ad esempio il previo consenso del lavoratore.

Social Media: ha ancora senso parlare di rivoluzione?

Una piattaforma dove ognuno di noi ha il potere di comunicare con chiunque nel mondo e in qualsiasi forma: foto, video, articoli, incontrare vecchie amicizie o crearne di nuove, scambiare opinioni, vendere prodotti, assumere persone. Un enorme reticolo di funzioni che fungono da stampino della nostra personalità: i social media sono tutto questo e sono oggi la più grande conquista che internet abbia potuto offrirci. Vi spiego i perché, come utilizzarli e gli esempi di Tik Tok e Cam.Tv.

I PERCHÉ DELLA RIVOLUZIONE

Parlare di social oggi come rivoluzione ha davvero poco senso ma necessita sempre un resoconto, un “tracciare la linea” diciamo, per vedere cosa sono i social e perché ancora oggi sono rivoluzionanti. Partiamo dal primo punto: i social sono e siamo noi.

Sono partiti con la creazione di un profilo, con tanto di foto e descrizione di chi siamo, i nostri interessi e passioni, opinioni per poi collegarci con chi condivideva tutto questo e creare nuove relazioni forti, seppur online.

Quindi questo è il primo pilastro dei Perché, i social simulano la nostra realtà: il nostro aspetto, personalità e ci mettono in campo virtuale per trovare i nostri simili, creando così comunità o società, collegandoci pur essendo in capi opposti della nazione o del mondo. Tutto questo in 5 minuti, connessione lenta permettendo.

Si atterra quindi al secondo Perché, ossia i social rappresentano noi, il nostro pensiero.

Al nostro profilo social diamo anche una voce, un pensiero appunto, e lo mettiamo a confronto con quello di qualcun altro. Semplificando di molto, le cose possono andare in due modi: o si è d’accordo o si è in disaccordo. È anche questo lo straordinario potere, il confronto non poteva essere così semplice, veloce, ubiquo, e non lo è mai stato. Si creano dunque dibattiti, ma anche partiti dello stesso pensiero, movimenti che possono anche influenzare l’opinione reale di ciascuno di noi. Ci addentriamo tra poco sul contro altare, non da meno, delle opinioni.

Rimane intanto il fatto che i social ci hanno plasmato, o viceversa, ma comunque rappresentano noi stessi come persone e comunità online e quindi la nostra società virtuale in cui la democrazia assume un ruolo praticamente sganciato dalle dinamiche concrete della realtà.

Collegandoci proprio a quest’ultima frase, arriviamo proprio a quello che credo sia il motivo più importante per cui i social hanno rivoluzionato il nostro modo di comunicare, presentare e aumentare l’immagine di noi stessi: i social hanno livellato le gerarchie sociali.

Ognuno ha la possibilità di avere un canale, ognuno può esprimere la propria opinione, ognuno può essere d’accordo e creare una pagina dove tutti la pensiamo allo stesso modo, soprattutto ognuno ha lo stesso valore di ogni altro membro della piattaforma social.

Stiamo spiegando quindi l’avvento degli influencer in poche parole: sono le persone che più di altri e senza particolari sotterfugi utilizzano al meglio questi canali riuscendo a dare più valore alle proprie passioni o opinioni, diventando importanti nella società online, acquisendo carisma e credibilità in quello che dicono.

Facciamo un esempio recente, ai tempi del Covid, confrontando un influencer con 1 milione di follower e un medico con 500 follower. Quest’ultimo pur avendo un parere più consone e autorevole sulla questione sanitaria sarà sempre meno “ascoltato” rispetto alla prima controparte che vanta di un pubblico nettamente più vasto e sempre in crescita. Questo gioco provocatorio non solo vuole evidenziare la parità dei social che mettono istituzioni e società allo stesso livello, ma anche le opinioni stesse, anzi spesso le opinioni più ascoltate sono prese per veritiere. Ci stiamo addentrando quindi verso il quarto Perché della rivoluzione dei social, ossia la comunicazione dell’informazione.

Quest’ultimo Perché che ci porterà a come utilizzare questi potenti mezzi è quello che più li mette a rischio, sia dal punto di vista della buona rivoluzione sia al contrario dal punto di vista delle persone che (anche giustamente) li demonizzano. Quante volte infatti sentiamo parlare di Fake News, notizie false, in cui vengono portati dati fallaci a discapito dell’opinione altrui e per darsi da soli una ragione. Per molti possono essere facilmente smascherabili ma la capillarità della rete non ci dà minimamente idea di quanto un’informazione, che sia vero o peggio falsa, sia velocemente trasmissibile, virale. L’informazione non è mai stata così tanto a rischio e a repentaglio: sono più le persone che si informano sui social che sui giornali, sono più le persone che guardano video di reporter amatoriali che di autorevoli testate in televisione. Per chi ha una formazione o una consapevolezza ripeto, tutto questo è “smascherabile”, chi invece utilizza tutto questo senza un buon senso o quantomeno un sistema immunitario digitale in grado di riconoscere una notizia falsa da quella vera sarà presto vittima del qualunquismo o peggio ancora del complottismo.

Arriviamo quindi alla seconda parte dell’articolo.

COME UTILIZZARE AL MEGLIO I SOCIAL

Dopo esserci riportati al presente con la domanda perché ancora oggi i social rivoluzionano la nostra vita quotidiana, i nostri pensieri e la nostra società, è arrivato dunque il momento di chiederci come utilizzare al meglio questo potente canale, sia per divertimento sia per monetizzare la nostra attività.

In qualsiasi caso voi vogliate iniziare ad utilizzare i social c’è sempre un fattore da considerare che vi orienterà al meglio: a chi parliamo. LinkedIn parla ai professionisti, Instagram e Facebook a persone con passioni, blogger, atleti (un po’ di tutto diciamo), si differenziano solo per l’età: Facebook parla con un target che si aggira sui 25 anni in su, Instagram parla con un target che si aggira dai 20 anni in poi. Arrivando poi agli ultimi arrivati ma non meno importanti: Tik Tok e Cam.Tv, il cui target è giovanissimo nel primo e nel secondo si rivolge a professionisti e forti appassionati. Ma questi ultimi due li vedremo meglio nella parte finale dell’articolo.

Una volta individuato il nostro social ideale, è utilissimo capire quindi che cosa vogliamo dare al nostro pubblico che ci segue e no, stabilendo quindi il nostro messaggio (il prodotto/servizio dell’azienda o di noi stessi) con un determinato tono di voce: professionale, divertente, ironico, non importa quale, basti che rappresenti voi stessi.

Ma i social non sono solo azione ma anche ricezione. Anche questo se vogliamo è una rivoluzione, perché è abbastanza semplice: se prima con i media tradizionali il messaggio era unidirezionale, con i nuovi media adesso è molto più democratica la trasmissione, in cui ognuno di noi può essere l’emittente e il pubblico allo stesso tempo.

Bisogna quindi anche capire come utilizzare i social quando interagiamo con i contenuti di altre persone. Qui è necessaria la massima attenzione: la consapevolezza di sapere che siamo in un social network, in cui chiunque ha voce in capitolo e libero di dire praticamente ciò che vuole, in dovere di dire come la pensa su qualsiasi cosa accada nel mondo “reale”. Consecutivamente è fondamentale essere in grado di capire come reagire davanti queste: commentare, mettere il famoso “like”, condividendo, questionare e perché no, litigare. Queste però sono azioni quasi naturali per chiunque, meno invece è l’avere con noi una lente in grado di riconoscere quando dar peso a qualcosa, soprattutto quando tratta di temi delicati quali la sanità pubblica ad esempio. Informatevi, sempre e non solo sui social perché il sistema rappresenta solo e soltanto noi stessi (vedere prima parte dell’articolo) e di conseguenza farà vedere solo ciò che a noi interessa. Siate consapevoli di questo dato di fatto.

Come in una normale società, come la intendiamo dal vivo in cui esiste il confronto, esiste anche lo svago o il divertimento. Questo nei social si traduce con “challenge”: una sfida orientata al maggior coinvolgimento possibile di tutti i partecipanti, in cui ci si sfida e si viene invitati a fare lo stesso. Questo per tenere vivo il gruppo, per aumentare il senso di appartenenza. Anche qui, come per il fattore del confronto, c’è un lato negativo: non ci sono limitazioni a queste sfide, come non ci sono particolari limitazioni nel modo di confrontarsi tra persone. Quindi anche in questo caso, saper utilizzare i social non vuol dire solo saper parteciparvi ma anche avere la consapevolezza o il buon senso dei limiti, altrimenti il rischio di poter incappare in incidenti è decisamente alto.

Cam.Tv e Tik Tok: i social per monetizzare e velocizzare i contenuti.

Qui vedremo i nostri esempi più lampanti di quello che è stato detto finora: l’innovazione, i social che hanno plasmato noi stessi, il modo di vivere all’interno di una società online e soprattutto come utilizzarli al meglio.

TIK TOK

Sicuramente uno dei social più in voga degli ultimi anni e che ha scatenato il suo successo soprattutto nella cerchia dei giovanissimi della comunità. Il punto centrale su cui verte il messaggio di Tik Tok e che lo caratterizza rispetto ai suoi colleghi come Facebook e Instagram è “sfruttate al meglio il tempo a disposizione” che in poche parole significa velocità e creatività.

Se infatti andiamo a esplorare cosa viene prodotto all’interno della piattaforma vedremo contenuti velocissimi da consumare (durata massima dai 15 ai 60 secondi) e soprattutto creativi al massimo per saper catturare subito l’attenzione del consumatore. Quindi possiamo vedere il perché ha ottenuto così tanto successo: si è allontanato parecchio da quella che prima consideravamo a inizio articolo una rivoluzione, la condivisione di noi stessi attraverso pensieri, opinioni, esperienze arrivando a condividere invece la bravura nel saper utilizzare con una comunità online il tempo a nostra disposizione e nella maniera più veloce possibile, perché ormai l’attenzione sul nostro schermo è sempre più fragile, effimera.

Conviene anche soffermarsi su l’altra caratteristica di Tik Tok, la velocità di condivisione dei contenuti che spesso si traduce con giochi, viralità, intrattenimento, in una parola “challenge” ovvero la sfida e il piacere di sfidare gli altri. Il succo dei social, ed è per questo che Tik Tok ne entra benissimo a far parte è il gusto del confronto con il prossimo con l’obiettivo di aver ragione nel caso delle opinioni, oppure nel caso delle challenge nel gusto di vincere.

Ma come detto precedentemente, saper utilizzare il social è alla base del corretto utilizzo e di chi utilizza questo mezzo. Non è strano infatti sentire di incidenti dovute a certe sfide estreme che portano chiunque a fare mosse azzardate, per dirlo eufemisticamente, pur di vincere, fino ad arrivare al punto di morire. Ecco l’unica pecca che paradossalmente è anche la cosa più bella dei social: la democrazia nell’utilizzare questo mezzo, lo rende anche pericoloso per tutti SE non educati adeguatamente a utilizzarli o almeno limitati da filtri delicati come l’età (gli incidenti dovute alle challenge sono infatti frequenti con i bambini o adolescenti).

Tik Tok merita sicuramente il successo ottenuto, anzi non è nemmeno utile dire che sia una novità ma è l’esempio più evidente di come il successo di un’applicazione social è altrettanto una minaccia importante per la salvaguardia di categorie non protette efficacemente dall’applicazione stessa.

CAM.TV

Passiamo ad una controparte che merita la stessa identica attenzione mediatica del social precedentemente citato, magari non per tipo di successo tra i giovanissimi ma per novità dell’applicazione di un social verso la comunità. Il punto, infatti, di ogni social è quello di essere utile o almeno che offra novità rispetto alla concorrenza perché altrimenti non da ragione di esistere o di essere utilizzata. Questo vale per il tema che trattiamo adesso ma vale in realtà per ogni cosa esistente nel business.

Quindi, Cam.Tv. Il motivo per cui questo social merita la giusta attenzione da parte nostra è l’estrema novità di poter dare alla comunità online la possibilità di poter lavorare anche da casa, cosa che in questo periodo di lockdown dovuto alla pandemia del Covid-19 è ben poco scontata, anzi è una tragedia per moltissime attività, costrette a chiudere proprio perché il contatto con il cliente era tutto. La consulenza, ad esempio, ha visto la crisi perché l’incontro con il cliente in loco era il momento in cui si poteva la spiegazione del business e la trattativa.

Con Cam.Tv si è aperta una porta che forse poteva essere quasi scontata, è sempre così con le idee giuste. Viene unito il concetto di comunità online, viva, in grado di scambiare conoscenze e opinioni, assieme al concetto “nuovo” di call, meeting, chiamatelo come volete, l’importante è che sia online. Vista la distanza sociale imposta lo strumento diventa indispensabile.

Immaginatevi quindi di tradurre letteralmente la vostra attività digitalmente, i vantaggi che trarrete sono a dir poco così tanti da non sapere di elencarli davvero tutti: velocità, network, ampliamento della propria rete di vendita, creazione di nuovi interessi proficui grazie alle funzionalità di Internet. E potrei andare avanti.

Arriviamo all’altra e non meno importante novità di Cam.Tv che necessita rispondere all’essenziale domanda che ogni professionista con un’attività si starà chiedendo: come vengono retribuite le mie attività in questa piattaforma? Semplice, con la criptovaluta del sistema all’interno di Cam.Tv, chiamata LKScoin. Detta in maniera potabile, grazie a questa moneta virtuale sarete in grado di poter fornire consulenze a pagamento alla vostra rete di vendita attuale e ai vostri nuovi clienti trovati proprio grazie all’applicazione Cam.Tv. Inoltre, potrete comunicare i vostri video, pensieri, consigli per guidare il vostro cliente e per ricompensarvi o meglio sostenere la vostra attività, vi donerà in forma di “likes” i vostri LKScoin.

Quindi arriviamo alla terza novità, che come potrete notare ognuna è direttamente collegata. L’ultima novità risiede nel sapersi elevare all’interno del contesto online e renderlo il più giustificabile, o professionale, possibile. I contenuti non sono più leggeri ma diventano veri e propri strumenti di guadagno, o meglio, di valore! Saper comunicare non vuol dire più parlare e basta ma significa saper investire (tempo o denaro, ma spesso entrambi) in quello in cui si crede: video, seminari, articoli e chi più ne ha più ne metta.

Questo è l’insegnamento importante che invece di offre Cam.Tv: online tu hai il potenziale per trasformare la tua attività in qualcosa di ancora più speciale, più grande e di valore, come un’evoluzione, o meglio ancora, una rivoluzione.

La nuova frontiera del diritto dei contratti: smart contracts e disciplina applicabile

Nel diritto dei contratti ha fatto ingresso un nuovo tipo di contratto, destinato ad avere grande utilizzo negli anni a venire, soprattutto nel settore energetico e bancario: si tratta dello smart contract.

Per comprendere le potenzialità applicative che offre questo strumento, ma anche, allo stesso tempo, le criticità che esso pone, occorre anzitutto capirne il funzionamento.

La definizione di smart contract viene offerta dal legislatore nella L. 11 febbraio 2019 n. 12 (recante “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto – legge 14 febbraio 2018 n. 135, recante disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione delle imprese e per la pubblica amministrazione”), ove, all’art. 8-ter, disciplina lo smart contract come un “programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse”.

Prima di soffermarsi sul funzionamento e sulla disciplina dello smart contract, occorre anzitutto chiedersi in quale categoria di contratti possa essere inquadrato. La risposta a tale quesito appare agevole: lo smart contract deve essere inquadrato nella categoria dei contratti digitali. Ciò posto, occorre capire quali sono le differenze rispetto agli altri contratti digitali, vale a dire i contratti telematici e i contratti cibernetici. Nei contratti telematici, lo strumento telematico rappresenta solo il veicolo di trasmissione della volontà dei contraenti. Nei contratti cibernetici, invece, lo strumento telematico non è solo veicolo della volontà, ma è anche strumento che determina la volontà dei contraenti.

Negli smart contracts, invece, la volontà si manifesta attraverso un algoritmo che si autoesegue. Si tratta, pertanto, di software che, una volta programmati, sono autoeseguibili su piattaforme blockchain (a tal proposito, si ricordi come la piattaforma blockchain sia un registro digitale in cui i dati sono registrati a blocchi. Si tratta di un sistema caratterizzato dalla immodificabilità e immutabilità).

Così inquadrato lo smart contract, occorre soffermarsi sul procedimento di formazione, che può essere scomposto in tre fasi.

Le parti che vogliono concludere uno smart contract devono anzitutto “trasformare” la loro volontà in un linguaggio informatico. Tale fase iniziale di programmazione del linguaggio informatico, detta coding, diventa fondamentale: una volta, infatti, che il contratto è stato concluso, esso è immodificabile (come meglio verrà spiegato infra) e nessun errore di formazione della volontà potrebbe rilevare, nemmeno se questo errore ha riguardato il processo di traduzione del linguaggio.

Tradotta, dunque, la volontà contrattuale in linguaggio informatico, si passa alla fase successiva della pubblicazione. In questa fase, le parti procedono a convalidare il contratto mediante un sistema crittografico a doppia chiave asimmetrica. Una volta convalidato, lo smart contract viene pubblicato nel sistema blockchain e da quel momento diventa immodificabile.

L’ultima fase, infine, concerne l’esecuzione del contratto ed è caratterizzata da una esecuzione automatica del contratto. Eseguendosi in maniera automatica, i rischi di inadempimento del contratto vengono sostanzialmente azzerati. Proprio per questo, però, si apprezza ancora di più la fase della programmazione e traduzione in linguaggio informatico delle volontà contrattuali: una volta che lo smart contract è stato concluso e pubblicato sulla piattaforma blockchain (divenuto cioè immodificabile), esso si autoesegue.

Due, dunque, appaiono essere le caratteristiche fondamentali dello smart contract: l’immodificabilità e l’autoeseguibilità.

Così descritto il procedimento da seguire per arrivare alla conclusione di uno smart contract, occorre ora soffermarsi sulle potenzialità di questo strumento.

Innanzitutto, come già anticipato, diretta conseguenza dell’autoeseguibilità dello smart contract è la circostanza che questo non possa rimanere inadempiuto. Una prima grande potenzialità dello smart contract, dunque, riposa proprio nel neutralizzare il rischio dell’inadempimento. Verificatesi le condizioni descritte nello smart contract, infatti, esso si esegue in automatico.

Ma non solo. Una volta che lo smart contract viene pubblicato sul sistema blockchain, tutte le vicende contrattuali diventano conoscibili ai partecipanti della rete. Tale caratteristica appare estremamente importante in quanto è in grado di evitare che si verifichino conflitti tra più aventi causa del medesimo bene.

In definitiva, si può dunque dire che gli smart contracts garantiscano massima sicurezza nella circolazione di beni e diritti.

Così enucleate le principali potenzialità dello strumento contrattuale di nuovo conio, occorre però anche soffermarsi sulle sue criticità. Le criticità, come si vedrà, sono principalmente legate all’immodificabilità del contratto. Se, dunque, da un lato l’immodificabilità può soddisfare esigenze di certezza nella circolazione dei beni, dall’altro può porre dei problemi in termini di gestione delle sopravvenienze contrattuali.

Una volta, infatti, che il contratto viene concluso e pubblicato, esso è immodificabile, e a nulla possono rilevare eventuali circostanze che erano imprevedibili alle parti nel momento di conclusione dello stesso. In altri termini, se durante l’esecuzione del contratto intervengono fattori del tutto eccezionali e imprevedibili che rendono eccessivamente gravoso il contratto, le parti non possono avvalersi del rimedio della risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta.

Ciò, però, non toglie che le parti possano gestire le sopravvenienze prevedibili nella fase fisiologica della conclusione del contratto. In questa fase, le parti possono gestire eventi futuri e incontrollabili attraverso l’istituto della condizione.

Lo smart contract, infatti, funzione secondo il ragionamento if/when: al verificarsi di un determinato evento, ne succede un altro. Le parti, dunque, potranno gestire le eventuali sopravvenienze attraverso questo meccanismo: al verificarsi di un dato evento futuro e incerto, il contratto produrrà i suoi effetti (condizione sospensiva), oppure cesserà di produrre i suoi effetti (condizione risolutiva).

Lo smart contract, dunque, è un contratto necessariamente condizionato, in quanto la condizione è l’unico strumento che le parti hanno a disposizione per gestire le sopravvenienze contrattuali (ovviamente si sta sempre parlando di sopravvenienze prevedibili al momento della conclusione del contratto). Se è così, allora per gli smart contracts la condizione abbandona il ruolo di elemento accidentale (come normalmente accade nei contratti) per assumere quello di elemento essenziale.

In definitiva, la principale criticità dello smart contract è l’impossibilità di gestire le sopravvenienze contrattuali che non possano essere controllate dalle parti in sede di conclusione del contratto con lo strumento della condizione.

Altra problematica connessa all’immodificabilità del contratto, poi, è legata al tema delle invalidità contrattuali. L’ordinamento, infatti, non tollera l’esistenza di un contratto invalido. Ebbene, se tale contratto è uno smart contract, tale esigenza si scontra con il tipo contrattuale, che, essendo pubblicato su piattaforma blockchain, è immodificabile. Da qui, dunque, l’auspicabilità che vengano individuati dei rimedi per far fronte all’invalidità degli smart contracts e, conseguentemente, decretarne l’inefficacia.

L’impossibilità di modificare uno smart contract porta anche ad interrogarsi in ordine a come questo contratto possa essere integrato dalla legge, a norma dell’art. 1374 c.c. (la norma, infatti, prevede che il contratto obblighi le parti non solo a quanto è nel medesimo espresso, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la legge o, in mancanza, secondo gli usi). Le caratteristiche del tipo contrattuale, infatti, rendono difficoltosa una integrazione della stesso ad opera della legge.

Infine, un’ultima criticità appare legata all’aspetto dell’autoeseguibilità dello smart contract.

La circostanza per cui lo smart contract si autoesegue impone un ripensamento anche in ordine al principio per cui, ai sensi dell’art. 1375 c.c., nell’esecuzione del contratto le parti devono comportarsi secondo buona fede. In questi casi, essendo l’esecuzione del contratto assolutamente automatica, nessuna rilevanza può essere accordata al comportamento delle parti. Ciò implica, dunque, un ripensamento del concetto di buona fede nell’esecuzione contrattuale.

In definitiva, gli smart contracts rappresentano l’ultima frontiera del diritto dei contratti. Sebbene tali contratti siano idonei a soddisfare esigenze quali la certezza della circolazione della ricchezza, pongono non pochi problemi circa la necessità di conciliare le sopravvenienze contrattuali e il tema delle invalidità contrattuali con le caratteristiche di non modificabilità degli stessi contratti.

Nuove sfide, dunque, si pongono all’interprete, soprattutto in punto di disciplina e di modalità di concepimento dell’autonomia privata: sfide che andranno necessariamente vinte, considerato l’impatto che gli smart contracts avranno nell’economia contrattuale, soprattutto nel settore energetico e bancario.

Crowdfunding: cos’è, le tipologie e la sua importanza ai tempi del covid-19

La raccolta dei fondi è un sistema per crescere le proprie idee, progetti ma anche salvare realtà in difficoltà. Oggi più che mai l’importanza di sopravvivere con l’aiuto di altre persone grazie al metodo del crowdfunding è un concetto da far passare e da far conoscere a tutti. Soprattutto perché forse uno dei metodi che più rappresentano il concetto importante della comunità.

Ma andiamo con ordine, gettiamo le fondamenta per costruire un tema delicato e essenziale per chi vuole capire come funziona.

DI COSA SI TRATTA?

Una domanda a cui sembra aver già risposto ma che in realtà abbiamo solo introdotto per incuriosire o confermare qualcosa che già sapevamo.

La nascita della terminologia ad esempio. Il termine “crowdfunding” nasce dall’unione di “crowd”, folla in italiano, e “funding”, che significa finanziamento. Se vogliamo quindi italianizzarlo bruscamente vorrebbe quindi significare il “finanziamento della folla”. Non c’è un riferimento preciso di cosa, ma solo da parte di chi finanzia.

Idee, progetti, eventi, prodotti, magari che ancora devono esistere oppure che già sono realtà ma hanno bisogno di allargare i propri orizzonti con numeri più importanti e quindi soldi per poterne produrre in larga scala. Ecco che quindi siamo già arrivati ad un altro tipo di finanziamento, per un altro obiettivo: realtà esistenti ma con pochi fondi per poter continuare ad esistere.

Negli ultimi anni il crowdfunding si è diffuso, anche in Italia, ed è sempre più utilizzato per realizzare progetti che altrimenti non vedrebbero la luce, tra cui le startup. Sappiamo tutti quanto all’inizio sia difficile, per i fondatori di una startup, convincere investitori e fondi di investimento a finanziare un progetto imprenditoriale che non offre molte garanzie di un ritorno economico.

Ed è proprio qui che entra in gioco il crowdfunding: sempre più startup si affidano a questa forma alternativa di finanziamento per raccogliere i fondi necessari per partire con la propria attività.

Immaginate quindi già da queste prime righe quanto OGGI sia fondamentale avere uno strumento a disposizione come quello del crowdfunding, per sostenere e salvare sempre più aziende, organizzazioni durante il periodo nefasto che vede il protagonista con il nome di Covid 19.

Procediamo quindi con il secondo step per addentrarci completamente in questo tema, ossia come funziona.

COME FUNZIONA IL CROWDFUNDING

Ti sei mai chiesto come funzionasse il crowdfunding? Sulla carta è molto semplice.

Il funzionamento di base è questo: una persona, un’organizzazione o un’azienda ha bisogno di un supporto economico per realizzare un determinato progetto.

Solitamente Internet viene in soccorso per facilitare il contatto tra persona interessate e investitori. Ci si rivolge a diverse piattaforme dove si pubblica il progetto e viene stabilito un obiettivo di raccolta, identificato magari tramite una “startup-valuation”, una vera e propria valutazione della realtà proposta all’investitore, in questo modo viene presentata l’idea e l’obiettivo con la raccolta fondi.

COSA SUCCEDE SE L’OBIETTIVO VIENE RAGGIUNTO?

Se l’obiettivo viene raggiunto o ampiamente superato, il richiedente riceve i soldi, i finanziatori riceveranno una “ricompensa” (dipende dalla tipologia di crowdfunding, ad esempio solitamente gli investitori vengono menzionati nei prodotti creati o supportati, si possono ricevere dei prodotti e via dicendo) e la piattaforma ospitante della raccolta fondi percepirà una commissione.

Se invece malauguratamente l’obiettivo non viene raggiunto con la somma prestabilita entro il termine prefissato, di solito il denaro rimane sui conti correnti degli investitori e il progetto non viene finanziato. Altrimenti, ci sono piattaforme come Indiegogo dove il denaro viene subito prelevato dai conti correnti degli investitori e il progetto viene finanziato anche se l’obiettivo non viene raggiunto nel periodo di tempo stabilito.

CHE TIPOLOGIE DI CROWDFUNDING ESISTONO?

Esistono fondamentalmente 4 tipologie che è necessario sapere per avere quantomeno idea degli scenari in cui una raccolta fondi possa essere definita tale, MA è anche vero che ogni giorno, specialmente in periodo Covid, nascono nuove idee o necessità che non per forza rientrano nelle tipologie che andremo ad analizzare accuratamente. Partiamo!

Reward Crowdfunding

È la forma di crowdfunding probabilmente più diffusa, inizialmente molto utilizzata per finanziare progetti culturali e artistici (film, CD musicali, libri, fumetti, ecc.): in questa tipologia i finanziatori ricevono una ricompensa non monetaria.

Oggi è molto usata nel mondo delle startup, non solo per finanziare, ma anche – e soprattutto – per testare un prodotto. Difatti, se raggiungo l’obiettivo di raccolta, non solo ottengo i fondi necessari per realizzare il mio prodotto, raggiungendo il break even point, ma ottengo anche una sua validazione: in altre parole ho la prova che il mercato vuole il mio prodotto.

Equity Crowdfunding

L’equity crowdfunding è forse la forma più diffusa di crowdfunding, soprattutto nel mondo delle startup. In sostanza i finanziatori del progetto ricevono una piccola quota di partecipazione (equity), diventando dei soci di minoranza, solitamente senza diritto di voto in assemblea, ma con diritto alla distribuzione degli utili.

Se l’obiettivo della campagna viene raggiunto e, in seguito, la startup evolve in un’azienda vera e propria che produce utili, i finanziatori avranno diritto a ricevere una parte di quegli utili sotto forma di dividendi, proprio come gli azionisti delle public company.

Lending Crowdfunding

Noto anche come social lending o P2P (Peer to peer) lending, questa è una forma di crowdfunding attraverso la quale un privato presta una somma di denaro ad un altro privato, attraverso una piattaforma intermediaria, ricevendone in seguito la restituzione comprensiva di interessi.

Ancora poco diffusa in Italia, questa tipologia al momento non è molto usata dalle startup, data la modesta entità delle somme raccolte attraverso le piattaforme

Donation Crowdfunding

Arriviamo dunque all’ultima tipologia, non meno importante anzi forse la più incisiva perché non garantisce un ritorno di alcun tipo ma un risultato di un grande impatto: la sopravvivenza di una realtà in forte difficoltà.

Adottata soprattutto delle organizzazioni no profit per finanziare progetti sociali senza scopo di lucro, questa tipologia è a tutti gli effetti una donazione e, come tale, non prevede alcuna ricompensa, restituzione o partecipazione agli utili per i finanziatori.

PIATTAFORME DI CROWDFUNDING IN ITALIA: LE PRINCIPALI

 Tra le quattro tipologie di crowdfunding che abbiamo appena visto, le più adatte per raccogliere fondi per una startup sono le prime due, reward ed equity.

Ma quali sono le principali piattaforme su cui poter contare per poter raccogliere fondi e realizzare i nostri progetti? In Italia come già accennato all’inizio sono diverse le realtà che rappresentano le tipologie raccontate poco prima. Eccovele riassunte:

Mamacrowd

Fondata nel 2016 dal gruppo SiamoSoci e autorizzata da Consob, Mamacrowd è la piattaforma di equity crowdfunding n°1 in Italia, con 17.5 milioni di euro raccolti e 51 campagne di successo, tra cui quella di Startup Italia, che ha raggiunto quasi 3 milioni di euro con un overfunding del 570%.

Contando su un network di partner esperti nel campo, la piattaforma opera una rigida selezione delle startup e delle PMI innovative, al fine di aumentare la probabilità di successo dei progetti proposti.

Crowdfundme

Altra piattaforma italiana di equity crowdfunding, CrowdFundMe è quotato in Borsa Italiana e dal 2013 ha raccolto 14,56 milioni di euro, con ben 49 progetti di successo all’attivo.

Come Mamacrowd, la piattaforma propone progetti imprenditoriali di startup e PMI innovative, basandone la valutazione economica sia sugli asset (materiali e immateriali) posseduta dalla società, sia sulla validità e il potenziale del modello di business.

200Crowd

Piattaforma equity based, 200Crowd appartiene a Two Hundred, una società fintech italiana gestore di portali per la raccolta di capitali.

A differenza di altre piattaforme di equity crowdfunding, 200Crowd prevede un investimento minimo fisso di 500 €, anziché consentire a chi lancia la campagna di stabilire il proprio.

Wearestarting

Nata nel 2015, WeAreStarting è una piattaforma di equity crowdfunding per startup e PMI italiane: in questi anni ha raccolto 1,315 milioni di euro, di cui 1 milione solo nel 2018.

Al momento le campagne pubblicate sulla piattaforma presentano obiettivi di raccolta tra vanno da 35.000 a 120.000 euro, quindi cifre indubbiamente inferiori rispetto ad altre piattaforme, quali Mamacrowd.

Opstart

Piattaforma di equity crowdfunding, Opstart dal 2016 ha raccolto oltre 15 milioni di euro, di cui quasi 5 solo nel 2019, finanziando ben 81 progetti.

La piattaforma consente di finanziare PMI e startup innovative ad alto potenziale, rigorosamente selezionate sulla base della loro capacità di generare redditività e remunerare così il capitale investito.

Eppela

Nata nel 2011, Eppela è una piattaforma di crowdfunding italiana che applica il modello reward based. In questi anni ha raccolto oltre 28 milioni di euro.

La piattaforma consente di impostare campagne di raccolta fondi con una durata minima di 15 giorni e una durata massima di 40. In caso di raggiungimento dell’obiettivo prefissata, Eppela trattiene una commissione del 5% sulla somma raccolta.

Kickstarter

Lanciata a New York nel 2009, Kickstarter è una piattaforma internazionale di reward crowdfunding ed è tra le più conosciute e utilizzate al mondo.

Nell’arco di 10 anni sono stati raccolti 529 milioni di dollari per finanziare ben 439.891 progetti, riguardanti per lo più film indipendenti, videogiochi, musica, spettacoli teatrali, fumetti, giornalismo e imprese legate all’alimentazione.

Indiegogo

Nata a San Francisco nel 2008, Indiegogo è un’altra piattaforma reward-based conosciuta e usata a livello internazionale. A differenza di Kickstarter, però, anche se la somma target non è raggiunta entro il periodo di tempo prefissato, il finanziamento va al progetto.

In questi anni la piattaforma ha raccolto ben 1.3 miliardi di dollari e sono state lanciate oltre 800.000 campagne per finanziare progetti creativi imprenditoriali di arte, film, tecnologia, bricolage, ecc.

ARRIVIAMO AL PUNTO: QUANTO È IMPORTANTE AL GIORNO D’OGGI TUTTO QUESTO?

Sembra una domanda abbastanza scontata, quasi retorica ma che ritengo vero fulcro dell’articolo stesso perché invece nella realtà pochi conoscono la risposta, o meglio conoscono questa soluzione. Il crowdfunding è la prova dell’importanza di saper essere (e fare) una comunità in momenti difficili, specialmente nella tipologia della donazione senza ricevere benefit di alcun genere. Al giorno d’oggi, in cui in ogni momento chiudono tantissimi negozi, aziende, parchi, la raccolta fondi diventa cruciale per la sopravvivenza e salvaguardia di posti di lavoro. Ma ancora la comunicazione in quest’ambito sembrerebbe essere povera perché in pochi sfruttano questi mezzi, pur essendo di facile accesso e utilizzo. Diventa quindi cruciale la redazione e la condivisione di articoli in cui se ne parla, in breve si fa informazione: un’arma in più per sopravvivere in un periodo in cui non sappiamo ancora bene a chi doverci affidare.